martedì 7 aprile 2026

Il vizio della penisola

Partiamo da Parma un giovedì mattina soleggiato e colorato di una primavera ancora titubante.
Ci dirigiamo verso il selvaggio nord-est per esplorare territori tristemente pieni di storia di guerre.
La mia collega veronese mi consiglia di passare dalle provinciali fino a Pegognaga, per accorciare il tragitto verso il Veneto.
Così facciamo e ci troviamo a guidare agevolmente per la pianura padana tra paesoni e fattorie in pieno fermento lavorativo.
A Pegognaga prendiamo l'autostrada che per un lungo tratto ha solo due corsie di cui una formata da un serpentone unico di camion.
Dopo due ore l'autista (io) comincia a dare segni di stanchezza e nervosismo e ci fermiamo a mangiare una focaccia ripiena di tanto ben di Dio e a fare rifornimento anche alla macchina.
Arriviamo a Gorizia verso le tre e troviamo subito il nostro albergo che è in una posizione strategica tra il centro e la stazione.
Gorizia è una città di frontiera ricca di architettura ottocentesca e ha una parte slovena; Nova Gorica (si legge Goriza) che andiamo subito a ricercare per fare la foto al confine.

Esplorando la città si nota una certa attenzione per le strutture istituzionali tipo caserme, palazzi comunali, carcere e questura, sono tutti ben segnalati e "raccontati" da targhe e cartelli.
C'è un seminario con un chiostro esterno a porticato impressionante per le dimensioni ma riservato alle suore di clausura.
Inizio a notare delle strade in salita che ovviamente hanno su di me un'attrazione irresistibile. 

Consultando la cartina si vede la forma inconfondibile delle mura di un castello, quindi quella sarà la prossima tappa.
La strada per salire più vicina è intitolata a Gabriele D'Annunzio che da queste parti ne ha combinato di tutti i colori, e c'è anche il busto con una targa. Di fronte a lui compaiono le mura di cinta e noto subito un varco con delle scalette da tenere a mente per il ritorno.
Proseguendo la salita si comincia ad avere una bella visuale sulla città sottostante, di architettura moderna, e su Nova Gorica.

Le porte del castello hanno elementi veneziani e asburgici, nello sfondo ci sono le Alpi e salendo ancora può darsi che si veda il mare. Questo castello rispetta tutti i canoni di strategia politica e militare.



Il borgo del castello è bellissimo, casette colorate, giardini digradanti, una cappella edificata con le stesse pietre delle mura, progettate appositamente da Edmund Halley, lo stesso ingegnere e matematico che scoprì la cometa (forse proprio da quassù?).



Tutto è perfettante conservato, curato e ordinato, e si può salire sui camminamenti degli spalti per osservare in lontananza.
Tra gli smerli si intravede una chiesa molto particolare con due cupole a palla verde brillante, ovviamente dopo la visita al castello la voglio ritrovare. Questo particolare mi ricorda quando, atterrando a Bruxelles, avevo visto una chiesa gigante con tante cupole intorno e poi ho girato la città fino a ritrovarla.
Dopo averci camminato intorno per capire la geometria è ora di entrare, alla biglietteria vedo che non c'è lo sconto per gli insegnanti senza bambini intorno, e sono troppo giovane o troppo vecchia per gli altri tipi di riduzione. La visita dura circa un'ora e prevede l'esplorazione di 3 piani che si affacciano su una corte interna che ospita un vecchio pozzo e resti di scavi interrotti. 
La prima stanza a destra è la sala da pranzo e appena oltre si trova la cucina, arredate e fornite di mobili e utensili, manca solo la carne e la farina di mais per fare la polenta col gulash.
Dopo il focolare si esce in un porticato adibito a zona-griglia con altri tavoli e panche e madie per riporre le suppellettili. Più spaziosa e credibile come area pranzo per i soldati che abitavano nelle mura. Dopo un breve corridoio e una scala a chiocciola c'erano le prigioni e la sala della tortura. Il primo piano era riservato al signor conte (Mainardo ...   poi Asburgo) con stanze di rappresentanza e della musica, e un enorme salone delle feste su cui viene proiettato il racconto di alcuni episodi accaduti nel tempo. 
Il terzo piano ha una stanza con grandi vetrate di osservazione arredata in modo sontuoso, una piccola cappella, una sala didattica con mobili d'epoca (tranne lo schermo piatto) e uno stanzone dedicato ai "plastici" delle battaglie combattute nei dintorni.
Sparsi nelle varie sale ci sono pannelli interattivi in varie lingue che raccontano episodi e abitanti del castello. Pare che una di loro, Caterina, avesse l'abitudine di far sbranare i suoi nemici dalla sua muta di cani feroci, ma poi, uccisa a tradimento da un suo servitore, ritorni ogni sette anni a camminare per queste stanze.
La crisi del settimo anno.
Dopo questa immersione totale in storie vecchie e truculente, il castello chiude e bisogna tornare giù in città.

Dai bastioni in basso rivedo la grande chiesa con le cupole verdi e poi trovo una scalinata defilata che potrebbe essere quella di cui prima ho visto l'uscita. Il mio senso dell'orientamento aveva ragione, e in pochi minuti ci si ritrova ai giorni nostri. 
Ormai non resta che cercare un posticino tipico per mangiare qualcosa, giriamo in centro che è pieno di librerie, caffè, edicole, birrerie ed enoteche, poi troviamo anche una bellissima ferramenta trasformata in galleria d'arte.

Ovviamente abbiamo ammirato anche la grande chiesa a cupole verdi; Sant'Ignazio di Loyola, in piazza della Vittoria.
Andiamo a cena in un posticino magnifico, piccolo e curato, gestito da una chef che prepara piatti tipici con rielaborazioni deliziose. Abbiamo preso un "frico", una frittata goriziana con ricotta e salsa bernese, e una tarte tatin di porri e mandorle. Per accompagnare abbiamo scelto due calici di rosso Schioppettino e alla fine due amari della zona.
Dopo tutto questo la mia testa è andata in palla e mi è parso di capire che non reggo per nulla le abitudini alcoliche friulane, però la cena era davvero squisita.

Dopo una notte di coma etilico mi sveglio carica a molla per un'altra giornata di esplorazioni; prendiamo il treno per Trieste che ci porterà in città in meno di un'ora.
Gorizia è perfetta come base di partenza ferroviaria verso il capoluogo, verso Udine e Lubiana.
Scendiamo in stazione centrale e subito la città dispiega i suoi palazzi imponenti dall'architettura neoclassica e neorinascimentale che ci terranno con lo sguardo all'insù per tutto il giorno.


Per prima cosa vorrei vedere la piazza che si apre sul mare e il molo Audace, che la leggenda dice sia stato costruito sul relitto di una nave affondata nel 1700. Su questo molo si trova un anemometro che misura la velocità delle raffiche di bora.
Il molo è bello largo e pieno di turisti che osservano il panorama del golfo e l'invasione di meduse giganti che galleggiano noncuranti.

La piazza Unità d'Italia è veramente immensa, bellissima, incredibile. Un enorme salone delle feste all'aperto, ariosa ed elegante.


Passeggiamo pigramente tra il lungomare e le prime strade interne notando una quantità di enoteche, bar e birrerie ma un esiguo numero di ristoranti. Facciamo tante foto seguendo un itinerario casuale attratti da guglie e cupole colorate. Ammiriamo la piazza del canale, dove nei tempi andati le navi entravano letteralmente in città per scaricare le merci, e ora i magazzini sono diventati i palazzi di rappresentanza dei commercianti più abili.
Decidiamo di prendere il treno per Opicina, si tratta di un giro panoramico per la città con l'arrivo a un borgo nella prima collina. Chiedendo conferme a una ragazza scopriamo che la linea è soppressa per manutenzione e per consolarci le chiediamo di consigliarci un posto tipico per il pranzo.
Lei ci spiega che i triestini vanno a mangiare nei buffet, che non sono mense selfie service ma birrerie-ristoranti con piatti della tradizione.
Vagabondiamo ancora per la città poi raggiungiamo uno dei buffet consigliati con la giusta curiosità.


Il locale è piccolo e strapieno di tavoli e persone, vicino al bancone c'è un lungo ripiano su cui posano il boccale  i numerosi avventori che mangiano il panino in piedi. Infatti il piatto tipico qui è il panino col cotto (di Praga) e kren, tante persone chiedono anche le fette di melanzane fritte esposte insieme a certe polpette giganti.
Una signora fissa al bancone ha una lunga fila di panini già aperti, pronti da riempire secondo i gusti e non si ferma mai, poiché entrano di continuo le persone per la pausa pranzo.
Noi troviamo un tavolino vicino all'ingresso e scegliamo due piatti caldi, mio marito prende la jota; una zuppa a base di crauti, e io lo strudel ripieno di speck, provola e patate in tecia.
Naturalmente prendiamo anche le melanzane e le zucchine impanate. I nostri piatti sono buonissimi e decidiamo di provare anche lo strudel dolce, uno alle mele e uno pere e cioccolato. Arrivano caldi di forno e fatichiamo ad aspettare per non scottarci perché il profumo è ottimo. 
Intorno a noi altri avventori prendono il gulash, certi gnocchi giganti col sugo di arrosto, patate in tecia a quintali e pezzi di carne carnica.

Soddisfatti ci ributtiamo tra i palazzi maestosi poi mio marito adocchia una panchina comoda e gli viene una voglia irresistibile di leggere due giornali (Trieste è piena di edicole). Io ne approfitto per fare un salto nella via dello shopping ma poi noto diverse stradine che si stringono e vanno in salita. Non posso resistere, mi ci intrufolo con curiosità e trovo dei posti incredibili.



In cima al colle c'è un castello, ci sono delle rovine romane e la cattedrale di San Giusto con un giardino-museo, il Lapidarium, che raccoglie un numero infinito di resti di epoca romana trovati nei dintorni.
Questa parte della città vecchia è spettacolare, poi da quassù si vede il mare e in lontananza le Alpi innevate.
Decido di scendere da una parte diversa per vedere bene il teatro romano che ho intravisto salendo, tra gli alberi e le vecchie mura.

Direi che qui i romani ci vivevano bene, non era solo un posto/porto di passaggio. Scendo dalla collina dei re di Roma e ritorno nell'epoca asburgica a raccontare tutto a mio marito che si ritiene soddisfatto anche solo di vederne le fotografie e ritorniamo alla stazione e poi a Gorizia.
Arrivederci Trieste, mi hai colpita e affondata.

La mattina dopo lasciamo Gorizia e attraversiamo la parte slovena dell'Istria per raggiungere Rijeka, o la vecchia Fiume italiana.
La strada è poco trafficata, ben segnalata, comoda, si dispiega tra una catena di monti a sinistra e la valle digradante verso il mare a destra. Il panorama merita tutta la nostra attenzione. La Slovenia è molto verde e poco abitata. Attraversiamo pochi paesetti deliziosi in cui notiamo sempre il cartello "gostina" (trattoria) e un capanno adibito a griglia su cui qualcuno arrostisce una porchetta. Chissà se si tratta di una traduzione pasquale o è sempre così.
In poco più di un'ora arriviamo a Fiume e lasciamo la macchina nel garage dell'albergo poi si parte in esplorazione. La città si rivela subito grande, moderna e meno ordinata di Trieste, ci ricorda più Genova. Nel centro ci sono bei palazzi asburgici ma sciupati o sporchi e in mezzo ci sono strutture moderne e capannoni del porto.
Ci sono pochi turisti, perlopiù abitanti del luogo, indaffarati nella loro quotidianità.
Il centro è ben delimitato e contornato da palazzi contemporanei che crescono sui primi rilievi. Scopriamo anche qui una parte di resti romani inglobati nelle strutture attuali.

I cartelli e i nomi delle vie sono anche in italiano, quasi tutti un pò lo parlano e tutti sanno l'inglese.
Dopo un pranzetto a base di pesce, andiamo in albergo a cambiarci, ci riteniamo soddisfatti della girata e nel pomeriggio vogliamo spostarci in un centro turistico più a sud.
La nostra camera d'albergo è all'ottavo piano e abbiamo una vista privilegiata sulla città. Prendiamo un taxi verso Opatija, Abbazia, una località turistica appena fuori Rijeka. Il tassista sembra uscito da un film del cinema polacco e indossa un soprabito imbottito nonostante gli oltre 20 gradi, però guida bene, parla poco e ci porta a destinazione in breve tempo.
Opatija è un gioiellino incastonato in una insenatura piccola che ha uno sguardo sul mare aperto. 
Il lungomare è bello, curato, rilassante, con i suoi moli prospicienti in diverse direzioni da cui osservare le isole davanti, le gru della città o i meravigliosi palazzi arrampicati sulla collina. 
Giriamo per il paese e scopriamo un bellissimo parco botanico, il giardino "di Angiolina" pieno di piante floride, macchia mediterranea, allori che si slanciano tra i vialetti di ghiaia per intrecciare romanticamente i rami.
Sulla via principale ci sono ristoranti e boutique, edicole e gli alberghi con più stelle.
Ci riposiamo sul lungomare poi scegliamo un posto per la cena e mangiamo due primi e le patate cotte con le bietole "in tecia" più appetitose del mondo.
Dopo prendiamo l'autobus (puntualissimo!) per tornare a Rijeka con gli occhi pieni di meraviglia (e la pancia piena di aglio).
La mattina dopo è Pasqua, facciamo colazione e lasciamo la città, la lasciamo stare proprio, non viene voglia di riconquistarla.

Prendiamo la strada che costeggia il mare alla volta di Pola ma con l'opzione di fermarsi dove ci piace. Passiamo Volosko e la bella Opatija, e incontriamo pochi paesetti sul mare e tanta scogliera a picco, un verde continuo e selvaggio, ogni tanto un'insenatura.
Dopo Fianona la strada si snoda più all'interno e troviamo la valle del fiume Rasa, verdissima, lunga, che nasce da un altipiano.
Un pastore con le capre più grandi del mondo ha messo un messaggio molto chiaro sul suo campo, e credo che il destinatario sia tedesco.


Questa valle è dolce e rasserenante, e finisce con due tornanti che ci portano su un colle coltivato a vigneti. Superati alcuni deliziosi paesetti, una dolce discesa ci porta a Pola.
Si tratta di un porto di notevole importanza storica, sia per i romani, che hanno lasciato testimonianze inconfondibili, che nelle epoche successive per via della sua posizione strategica per i commerci.
Ci sono tracce medievali, dell'influenza della repubblica di Venezia e del periodo asburgico. Pola è un catalogo e un cronologia di culture a cielo aperto.
La piccola città è pulita e ordinata, i cartelli spiegano tutto in croato, italiano e inglese, i parcheggi sono gratuiti perché è festa infatti è pieno di turisti.
La prima tappa del vagabondaggio è l'arena, una tra le meglio conservate al mondo. Si trova leggermente in salita rispetto al porto ma ha una spettacolare vista sul mare, chissà che meraviglia godersi il doppio spettacolo quando era in uso.
Facciamo il giro intorno due volte per essere sicuri di vedere tutto e di immaginare il possibile.
Oltre all'arena a Pola c'è la casa di Agrippina, su cui affacciano condomini privati, altre domus e resti di un foro. Poi c'è il bellissimo arco dei Sergi, la porta di Ercole, il tempio di Ottaviano.
Sopra il colle centrale c'è un castello del 1.300 completo di mura e fossato difensivo. Al centro del castello è cresciuto un maestoso platano centenario, come a voler dire: fate l'orto non fate la guerra.
Dalle mura del castello si ha una vista su tutta la città, il porto e le campagne.
A Pola ci sono anche dei sotterranei che non riusciamo a visitare perché già chiusi, si diramano dal castello nelle varie direzioni della città e servivano come rifugio durante la guerra. 
La cittadina ci è piaciuta tantissimo, ceniamo con i tipici cevapcici e poi andiamo a letto stremati con i consueti 15 km di cammino giornaliero nelle gambe.

La mattina dopo si parte all'avventura sempre con l'idea di fermarsi ovunque. Prendiamo la litoranea e oltrepassiamo i paesi di periferia con spiagge annesse.


Siamo attratti da Piroi, una spiaggia libera composta come sempre da ciottoli e sassi e un'acqua limpida e trasparente molto invitante.


La spiaggia è quasi deserta ma probabilmente in estate è ben frequentata, è attrezzata per uno stabilimento, c'è un locale ora chiuso, c'è un bel lungomare ombreggiato e curato.
Facciamo tipo mille fotografie e poi si riparte verso le rovine della casa romana di Dragonera. Il sito è ben segnalato ma mal conservato.
La vegetazione lo sta inglobando completamente e presto non sarà più visibile. Mi devo arrampicare su un muro per vedere se ci sono delle aperture ma è veramente impenetrabile.


Ripartiamo sulla litoranea verso Rovigno, località famosa per la sua anima turistica.
Lasciamo la macchina in un parcheggio fuori dal centro,  che si trova in una piccola penisola e ha una lunga storia di influenza veneziana che ha lasciato tracce di sé nell'architettura e nella storia.



Le viuzze strette in salita o in piano sono in marmo e non oso immaginare come diventano scivolose quando piove. Alcune vie sono tanto strette che il sole non riesce mai a raggiungerle e passandoci vicino si sente l'umidità dell'aria nonostante i 25 gradi al sole.
Ci fermiamo a prendere un aperitivo in un locale con la corte interna in cui su ogni poltrona si trova un plaid.
Dopo un pò ne comprendiamo il motivo: stare seduti fermi all'ombra di quei vecchi muri ci procura un freddo impensabile mentre si passeggia al sole.
Certe stradine finiscono bruscamente, meno male che ho preso un aperitivo analcolico.
Ripartiamo rifocillati verso la macchina, Rovigno è bella ma troppo turistica per i miei gusti. Andiamo avanti verso Porec (Parenzo). La strada è molto avventurosa perché tra i due centri c'è un'insenatura del mare e si passa dalle dolci colline a una ripida discesa e tante curve strette. Lo spettacolo è meraviglioso.

Anche a Porec lasciamo la macchina nel parcheggio e ci dirigiamo al centro a piedi. Questo paese è più piccolo di Rovigno,  più autentico e con più ritrovamenti dell'antica Roma, me ne innamoro all'istante.

Il colore predominante delle case è degli infissi è il bianco che diventa abbagliante in una giornata come questa. C'è un albergo bellissimo bianco in ogni particolare tanto da sembrare una scultura. 
Anche Porec si snoda in una penisola, e l'acqua è davvero limpida.



Prendiamo il caffè e il gelato e ci dirigiamo nuovamente verso la Slovenia, per il nostro prossimo albergo abbiamo prenotato a Portroz.
Altri panorami stupendi ci si svelano davanti, il blu del mare ci accompagna sulla sinistra e poche case interrompono il verde della natura in fase di risveglio. Le strade croate e slovene sono sempre ben segnalate, comode, curate, non ci sono autovelox né dossi ma prima di ogni centro abitato si trova un rilevatore di velocità, il cartello "50" e la scritta "Hvala" (grazie).
La strada in discesa dopo alcune curve ci mostra una zona costiera suddivisa a saline, campi, stagni e il consueto porto turistico e anche un piccolo aeroporto.
Siamo arrivati a Portorose, centro attrezzato per accogliere i turisti più incontentabili; si vedono solo alberghi dall'aria lussuosa, casinò, ristoranti e bar sulla spiaggia.
Il tutto incastonato in una natura verdissima e curata, con alberi altissimi e giardini ben attrezzati. Il nostro albergo è stupendo, la stanchezza di questi giorni ci assale, ci rilassiamo nel balcone vista mare.

Più tardi si andrà a cercare qualcosa da mangiare e a respirare la dolce aria di vacanza che aleggia sul lungomare.




La Slovenia ci conquista e si conferma come luogo accogliente e attento alla natura e alle persone. 
Questo viaggio fantastico si chiude benissimo e domani sarà molto faticoso tornare al traffico e ai lavori in corso delle caotiche autostrade italiane.






































Il vizio della penisola

Partiamo da Parma un giovedì mattina soleggiato e colorato di una primavera ancora titubante. Ci dirigiamo verso il selvaggio nord-est per e...