Quest'inverno io e mio marito ci concediamo una vacanza a Dubai, luogo lontano ma non troppo, esotico ma occidentale, diverso ma aperto ai turisti di tutto il mondo. Il viaggio è organizzato e comprende escursioni ed esperienze, è l'ideale per chi ha voglia di esplorare senza troppi pensieri, avremo anche un operatore turistico a disposizione in hotel e le guide che parlano italiano. È proprio la vacanza di cui abbiamo bisogno in questo periodo, credo che la affronterò con le giuste aspettative e la voglia di cogliere qualsiasi occasione per meravigliarmi e divertirmi.
Voliamo con Emirates da Bologna, che ci saluta con un cielo grigio e non più di 4' ma sappiamo che atterreremo in un posto ben più caldo.
È stato strano ma bello preparare la valigia con gli abiti per una stagione diversa.
In aereo c'è il monitor che permette di seguire la rotta e mi diverto a indovinare il tragitto e le città che sorvoliamo, c'è anche la funzione "esplora" che permette di girare la terra con un dito, mio marito invece guarda semplicemente un film.
A metà pomeriggio ci portano il pranzo e cominciamo a entrare nello spirito del turista che vuole assaggiare tutto (tranne la piccola margarina confezionata del mio menù low fat). Mio marito assaggia anche una birra giapponese e nel suo vassoio trova il burro Parmareggio, la preponderanza delle materie prime del territorio emiliano emerge anche qui.
Il volo dura 5 ore ma il tempo passa velocemente, tra film, musica, spuntini e turbolenze varie. Arriviamo a Dubai alle 23:00 ora locale, 3 ore avanti rispetto a quella italiana e ci avviamo alla fila del controllo passaporti insieme a migliaia di altre persone giunte da chissà dove in questo aeroporto enorme.
Per salire alla zona arrivi ci sono 4 ascensori e due scale mobili doppie che costeggiano una parete a cascata d'acqua che ci dimostra subito che in grandezza e lusso, a Dubai non si bada a spese. Ci sono le file per residenti e quelle per i turisti, le file per le famiglie e per le donne velate e tanti operatori e security ovunque che ci indirizzano e regolano il traffico.
La sala del ritiro bagagli è enorme, ordinata e lucidata a specchio e super illuminata, appena troviamo il nastro giusto arrivano le valigie e ci dirigiamo all'uscita nel lungo corridoio che ospita chioschi delle grandi marche e bistrot a tema. Entriamo poi in una sala grande come una piazza che si affaccia sui piani inferiori e ospita gli autonoleggi, le agenzie di cambio e i tour operator da una parte, ristoranti, shop e zone relax dall'altra. Troviamo subito la nostra Magic Arabìa e I nostri compagni di avventure e partiamo verso i vari alberghi.
Il nostro hotel è bello e accogliente, ci rilassiamo con un tè caldo e dopo aver sgranocchiato qualcosa andiamo a dormire.
La mattina dopo ci svegliamo con il sole e scendiamo subito a fare colazione nella sala già piena di avventori di diverse provenienze; si sente parlare inglese, arabo e altre lingue incomprensibili. La colazione a buffet è favolosa e comprende pietanze internazionali e piatti tipici del luogo e di paesi prossimi. Ci sono i noodles nel loro brodo di verdure, il riso basmati al curry e arachidi, i samosa fritti tipici dell'India, l'hummus e le olive piccanti, le rape rosse agrodolci, degli incerti pesci sottosale, svariati tipi di salse per insaporire e tanta anguria e ananas. Mio marito resta fedele al dolce, io prendo il pane arabo caldo e assaggio quasi tutti i piatti salati proposti, del caffè è meglio fare a meno e tuffarsi nel tè, che è una specialità.
Come prima giornata abbiamo in programma la visita guidata alla città alle 12.30, intanto ne approfitto per fare un giro a piedi intorno all'albergo. È meraviglioso poter uscire a maniche corte a fine dicembre e sentire il sole caldo sulla pelle, mi abituo subito alla nuova temperatura e so già che farò molta più fatica al ritorno al freddo.
Il nostro Novotel si trova nei pressi della fiera, la fermata della metropolitana è World Trade center, un'area piena di uffici e alberghi, i grattacieli sono allineati e svettano uno più bello dell'altro, acciaio e vetro pulitissimi, tutto ha un'aria nuova e molto moderna.
La zona è piena di cantieri coperti da pannellature che illustrano le prossime costruzioni. Sulla sinistra mi sorprende la vista del museo del futuro, un edificio incredibile a forma di occhio con scritte arabe su tutta la superficie, che simboleggia la visuale verso uno stile di vita aperto, moderno, evoluto.
Incontro due turisti orientali che sorridono ammirati come me e ci scattiamo le foto a vicenda, poi mi chiedono le indicazioni per raggiungerlo perché ci separa una strada a 4 corsie. Il mio senso dell'orientamento e il mio inglese non mi permettono di fare previsioni così azzardate, e ci salutiamo, ma vedo che mi seguono a distanza perché comunque provo ad avvicinarmi all'Occhio (che sembra anche un uovo).
Una rete altissima impedisce di oltrepassare lo svincolo stradale, ma anche da qui si vede una lunga fila di persone che vorrebbero entrare al museo e quelle che si accontentano della foto con la scultura all'ingresso.
Tornando indietro mi accorgo del sottopassaggio ma ormai ho visto abbastanza e torno in hotel a raccontare tutto a mio marito che ha preferito riposare.
Nella hall si è già raggruppato un gruppetto di italiani, riconosco qualcuno della sera prima, c'è anche la nostra agente di viaggio che ci presenta la guida del giorno e ci aspetterà alla sera per avere un riscontro della giornata.
Saliamo tutti sul bus che ci porterà in primis a visitare Dubai marina, il quartiere residenziale costruito attorno al canale artificiale, pieno di grattacieli bellissimi, ristoranti e una "passeggiata" lontana dal traffico.
Sul canale ci sono panfili moderni, catamarani e barche a vela dall'aria antica che portano in giro i turisti.
Due vecchietti del nostro gruppo riescono a perdersi nelle anse del lungo fiume e la guida gli corre dietro agevolmente nonostante i sandali e la tunica lunga. Il vestito caratteristico qui è la tunica bianca per gli uomini e quella nera per le donne. Gli uomini indossano poi un velo fermato da un cordone nero che serviva a legare le gambe dei cammelli quando si fermavano nel deserto, poiché non fuggissero durante la notte. La veste bianca serviva a proteggere gli uomini dai raggi solari durante il lavoro, le donne invece non andavano a lavorare nel deserto ma stavano in casa a badare alla famiglia quindi la loro veste è nera, più coprente. Notiamo molti uomini d'affari che indossano la veste tradizionale e io mi chiedo come facciano a tenerla così candida per tutto il giorno. Recuperati i vecchietti risaliamo sul bus e arriviamo sull'isola artificiale Blue Island dove si trova la ruota panoramica più alta del mondo, con cabine enormi che possono caricare fino a 30 persone e impiega 40 minuti a fare tutto il giro.
Noi la guardiamo da sotto e prendiamo una specie di frullato gelato con la frutta tagliata al momento con due piccole mannaie che il gelataio fa roteare con una certa impressionante maestria.
Dall'isola si ha una vista stupenda della spiaggia di Dubai e uno sguardo privilegiato su alcuni grattacieli particolari.
Risaliamo sul bus per andare a vedere l'isola a forma di palma; la Jumeirah, dove si trovano gli hotel più lussuosi del mondo e le case dei calciatori famosi e delle rockstar, inoltre c'è un grande parco acquatico, tanto verde, tanto ingegno e impegno umano per realizzarla e renderla sicura. Intorno all'isola c'è un frangiflutti maestoso e un lungomare che vorrei fare tutto a piedi, ma non è il momento.
Gli alberghi Atlantis sono davvero incredibili, le case invece sono semplici, squadrate, molto chiare, protette alla vista da muri bianchi, probabilmente il meglio è nella parte interna.
Dopo questo sfoggio di modernità ci dirigiamo verso la parte "antica" della città, ricostruita tutta da poco con lo stile delle case del deserto, basse, chiare, con la corte interna e una o più torrette cave per raffreddare gli ambienti interni. Nelle aperture delle torri sono presenti dei bastoni di legno orizzontali ai quali appendere panni bagnati in caso di caldo soffocante, l'aria che passa attraverso la stoffa si rinfresca prima di entrare in casa, una specie di aria condizionata dei tempi andati. La guida ci spiega che più torrette ha la casa, più il proprietario è benestante, e può quindi permettersi anche più mogli e più figli. Ogni moglie una stanza con la torretta, già da lontano si può capire la composizione della famiglia.
Questo quartiere è davvero bello con le viuzze strette, le finestre piccole e alte, le aperture ad arco moresco. Entriamo in una casa tipica con la corte interna nella quale si affacciano tutte le camere, e una ragazza ci prepara un buonissimo caffè arabo: si tratta di un caffè molto diluito, arricchito da cardamomo e zafferano, ottimo e rinfrescante. Il caffè è molto importante per loro, è il primo gesto di ospitalità verso chiunque, si offre a tutti, anche ai nemici, se l'ospite è gradito se ne offre poco alla volta, in modo da convincere l'ospite a fermarsi ancora e avere altro caffè. Se invece si riempie il bicchiere vuol dire che non si vede l'ora che l'ospite beva tutto e vada via alla svelta. Il caffè è talmente importante che sulla moneta è stampigliata proprio la caffettiera, la guida ne fa girare una da mostrarci, io sono l'ultima a poterla vedere e infine me la regala.
Dopo aver superato una moschea e una ricostruzione di accampamento beduino, ci aspetta l'avventura più divertente del giorno; la gita sul Creek con le barche tradizionali.
Queste barche si trovano da entrambi i lati del fiume "naturale" (mi viene da specificare dati i precedenti), e sono delle chiatte basse con una piccola copertura per il sole e un grande sedile centrale senza alcuna possibilità di aggrapparsi a qualcosa se non alla schiena dei coraggiosi alle nostre spalle. Il pilota parte a razzo appena l'ultimo a salire è seduto, e inizia subito a sbattere e cozzare allegramente sul molo e alle altre barche che manovrano o rientrano dalla parte opposta. Pare che faccia parte della tradizione, i miei piedi si puntellano automaticamente al fondo della chiatta, cerco di tenermi forte a mio marito ma anche lui ondeggia qua e là e i nostri compagni commentano in modo colorito che probabilmente le spinte favoriscono l'abbrivio verso l'altra sponda.
Dopo dieci minuti di barca-scontro arriviamo al molo opposto e il pilota, accigliato come un orso, emette un suono gutturale e fa un gesto internazionale con il braccio. Capiamo subito che dobbiamo staccare le schiene e lasciargli la visuale libera per ormeggiare, e capiamo anche perché queste chiatte sono tutte un po' grattugiate ai lati. Scendiamo veloci con dei balzi da gazzella, anche i meno agili, felici di essere tornati sulla terraferma e di ritrovarci nel quartiere del suk.
Il suk è il tipico mercato arabo in cui si trova di tutto e nel quale il termine "mercanteggiare" ha acquisito il significato più ampio di: contrattare, patteggiare, trafficare.
Nella parte dedicata ai venditori di preziosi, c'è una troupe al femminile che intervista uno dei negozianti, nonostante l'abbigliamento tradizionale queste ragazze fanno un lavoro modernissimo, Dubai è così; tradizione e attualità.
Anche il mercato è stato costruito da poco, d'altra parte la città ha appena la mia età e io sono una ragazza, ma la moschea verde è bellissima e i prezzi sono veri. Il profumo delle spezie è inebriante e poi ci sono delle cose strane mai viste prima. Per esempio notiamo delle pallette blu: l'indaco, che chissà quale utilizzo ha. Non mi azzardo a chiedere nulla perché è già molto faticoso resistere agli inviti a entrare e comprare tutto il comprabile.
Comunque siccome siamo a pancia vuota da ore ci fermiamo a un baracchino fatiscente con la foto di una specie di focaccia rotonda dal colore appetitoso. Ne chiediamo due e ci mettiamo pazientemente in attesa, il tipo passa l'ordine al collega, prende i nostri soldi poi saluta il collega, si toglie il grembiule, ci invita a sederci su due sedie luride degli anni 70 e sparisce. Noi aspettiamo ancora, il collega impasta e impasta, poi forma due dischi, li gonfia con una specie di mantice che al contempo li cuoce, schiacciando due pedali rumorosi. Dopo questo strano processo, spennella I due dischi con una salsa piccante, li piega nella carta e ce li porge, e andiamo a mangiarli nelle panchine nei pressi. La focaccia rivela un ripieno di patate e curry piccantino, una vera delizia unta e scivolosa. Naturalmente non riusciamo a mangiarla tutta e la dividiamo con i nostri compagni di viaggio con cui ci dirigiamo subito al ristorante per una cena tipica.
Il ristorante ha una terrazza esterna con gente che mangia fuori, un sogno per noi in questa stagione.
La cena è a buffet e offre piatti internazionali e del luogo tra cui l'immancabile hummus, i samosa con diversi ripieni, la crema di melanzane, il riso al curry con piselli e altre cose irriconoscibili, minestre di vario tipo che però non assaggio, pastasciutta troppo cotta, salse varie e verdure crude da comporre a piacere. Come dolci c'era il baklava turco, l'humil egiziano e alcune piccole cheese cake e sempre qualcosa al cioccolato e al pistacchio che, data la temperatura, non era per niente invitante. Dopo la cena, abbiamo passeggiato brevemente nel quartiere che sembrava un suk più arioso ed elegante, con tanti bei negozi di abiti tradizionali.
Non ci perdiamo d'animo e cerchiamo l'uscita che dà sulla via opposta, ma anche quella è chiusa, continuiamo a girare inutilmente e io inizio a sentire una lieve claustrofobia, troppi negozi, troppe persone, troppe uscite chiuse. Decidiamo di tornare da dove siamo arrivati, e cioè dalla metropolitana, ma poco prima della stazione troviamo un bivio che porta a Downtown, il quartiere del Burji. Intanto mio marito controlla il contapassi, dice 6 km. Il bivio attraversa un palazzo adiacente al Mall e finalmente riusciamo a trovare la porta e siamo fuori in un secondo, ad ammirare le altezze lucide e trasparenti dei grattacieli intorno a noi.
L'emozione di trovarsi in un luogo così straordinario ci sommerge, facciamo foto a raffica, alla fine mio marito si corica per terra per trovare l'angolatura giusta, il pavimento è marmo lucido, ci sono varie persone che lo lavano di continuo. Ogni palazzo è diverso e particolare, per renderli unici gli ingegneri hanno pensato alle trovate più audaci e avveniristiche, non riusciamo a decidere quale sia più bello.
Ci fermiamo a mangiare qualcosa in un ristorante greco e facciamo amicizia con la cameriera etiope, poi si riparte con il naso all'insù verso il centro finanziario, dovremmo tornare in hotel prima che chiudano le strade per la festa di capodanno. Il numero di guardie e vigilanza aumenta sempre più, continuano a portare transenne e a stringere i marciapiedi. Torniamo alla metropolitana e arriviamo in hotel per rilassarci un pò prima della festa che sarà più impegnativa di quanto immagiamo e mandare gli auguri in Italia con tre ore di anticipo.
Alle 20.00 (qui si mangia presto) siamo al ristorante apparecchiato con eleganza, c'è il deejay che mette bella musica anni '90, Moreno trova un cappello di paillettes per completare il suo look e io trovo una coroncina con la scritta "happy new year" che sarà Il mantra dei prossimi giorni. Le signore sono vestite tutte in modo diverso: chi super elegante e scollata, chi con la minigonna, chi con i jeans strappati e le ciabatte pelose, chi come me che soffre l'aria condizionata (perennemente accesa ovunque) con la giacca e il foulard e le ciabattine con i brillantini rosa.
Dopo una spettacolare cena a buffet e un vino fintamente alcolico ci spostiamo a bordo piscina per ballare con i nostri amici italiani.
Uno di loro ha seguito il percorso dei cantieri e ha scoperto che si può arrivare vicino al Burji Khalifa a piedi comodamente in poco tempo. Non sarà proprio così ma riesce a convincere un buon numero di noi, così verso le 23:30 ci dirigiamo in gruppo fuori dall'albergo, attraversiamo la strada e ci infiliamo nel percorso interno ai cartelloni dei cantieri. Tra l'altro ci sono ancora degli operai al lavoro, che si girano a guardarci, forse non sono abituati a vedere così tanti italiani tutti insieme di buon passo. Intanto che ci avviciniamo vediamo lo spettacolo dei droni che formano immagini giganti nel cielo: la palma, l'ibis, la farfalla.
Dopo venti minuti di mezza corsa iniziano i primi segni di stanchezza generale ma il gruppo diventa sempre più numeroso perché si aggiungono a noi altre persone che arrivano dalle vie laterali, tutti con lo stesso scopo, godersi i fuochi del New year's eve. Ormai siamo tutti mischiati, i nostri amici non si vedono più nella calca ma siamo vicini al mitico Burji. Ci fermiamo alla fine del cantiere e riusciamo a sederci sui new jersey di cemento per osservare comodamente lo spettacolo, ci sono famiglie intere di varie etnie che hanno portato da mangiare e da bere, bambini che giocano, adulti che stanno al telefono per raccontare tutto in diretta a chissà chi. Intanto l contapassi dice che oggi abbiamo camminato per 16 km.
Il conto alla rovescia si fa in inglese e poi esplodono I fuochi, luminosi e colorati ma incredibilmente silenziosi rispetto ai nostri, una forma di rispetto anche questa. I fuochi durano a lungo, illuminano il grattacielo per tutti gli 800 metri circondandolo di fumi colorati e spirali di luce, uno spettacolo accurato ed elegante.
Alla fine torniamo indietro passando ancora per i cantieri, il serpentone di persone è più fitto di prima, ma più silenzioso come a voler contenere le emozioni appena provate. Le mie ciabattine a brillantini non sono proprio ideali per camminare, mi viene voglia di toglierle come vedo fare ad alcune donne in abito tradizionale.
Il primo giorno dell'anno è caldo e soleggiato e prendiamo la navetta per andare alla Kite Beach, la spiaggia più vicina.
Attraversiamo un quartiere senza grattacieli (incredibile), le case e i palazzi normali ormai ci sembrano delle baracche, vediamo tante moschee con i minareti che spuntano eleganti.
La spiaggia è grandissima, sulla destra in fondo si vedono i cantieri, a sinistra c'è uno stabilimento balneare di lusso che si chiama "Sole mio" e più in fondo il grattacielo a forma di vela, che è un hotel di sole suite da 7.000 euro a notte. Dopo un breve giretto di perlustrazione mi butto in acqua per una nuotata di buon auspicio, spero sempre nel proverbio "chi fa una cosa il primo dell'anno la fa tutto l'anno".
Esco un attimo per chiedere a mio marito di immortalare questo momento magico, poi lui torna a leggere e io continuo a nuotare. Mi si avvicina un russo per parlare a cui rispondo in inglese che non capisco. Allora mi fa i complimenti per i miei occhiali e poi mi dice che pensava fossi russa come lui. In effetti in acqua c'è poca gente, only the brave and Russian people.
Dopo il bagno partiamo a piedi verso sinistra camminando sul lungomare attrezzato con giochi per bambini, attrezzi da palestra, panchine sotto le palme, negozietti, bar e bagni pubblici gratuiti e pulitissimi. Prendiamo poi una svolta a sinistra sperando che sia la traversa giusta per arrivare alla metropolitana ma non sarà così (non ho scaricato la mappa offline). Attraversiamo un quartiere di ville giganti di vario stile; accanto a quelle tipiche arabe ci sono ville con colonne greche, marmo italiano, garage giganteschi, insomma la zona mi ricorda un cimitero monumentale.
Le auto parcheggiate in quartiere sono tutti suv enormi, oppure Ferrari, grosse BMW e addirittura vediamo una McLaren. Anche in strada in effetti non abbiamo mai visto le utilitarie.
A un certo punto arriviamo all'autostrada e capiamo di essere troppo distanti dalla metropolitana per tornare in centro, così prendiamo un taxy al volo e ci facciamo lasciare, un posto a caso, alle fontane del Burji Khalifa. Il tassista si rivolge solo a mio marito per il pagamento e per le indicazioni delle fontane. Ci infiliamo in un ristorante spagnolo prima di proseguire con l'esplorazione del centro e prendiamo della carne buonissima e un calice di vino vero.
Poi si riparte per vedere le famose fontane del Burji, alle quattro è già pieno di turisti in prima fila che aspettano lo spettacolo delle sei, anche qui si sente tanto parlare italiano, non ci fermiamo e giriamo tutta la piazza su cui si affacciano anche alcuni ristoranti del Mall.
La piazza delle fontane è a dir poco grandiosa, a parte il Burji gli altri palazzi gareggiano in bellezza.
Ormai il centro lo conosciamo bene, troviamo subito la metropolitana e torniamo verso casa. Il vagone è molto affollato e si fa amicizia con i vicini che sono sempre gentili e curiosi di sapere da dove veniamo e cosa abbiamo visto di bello.
Dopo la doccia mi tuffo di nuovo nella piscina dell'hotel per reiterare I buoni auspici poi andiamo a cena al ristorante libanese nella piazza della fiera. Mio marito controlla i passi fatti, 15 km, bella media.
Il giorno dopo abbiamo l'escursione nel deserto, la cosa che più mi ha attratta del soggiorno a Dubai. Il ritrovo è alle due del pomeriggio quindi la mattina andiamo ancora in giro a piedi, la meta di oggi è "the frame" La cornice più alta del mondo ovviamente, con il pavimento trasparente per guardare giù, cosa che potrei fare solo sotto tortura. Il navigatore ci indica una strada carina che passa in mezzo a due parchi e a grandi cantieri, quando arriviamo al sovrappasso che porta alla cornice troviamo il varco chiuso, ci infiliamo in un altro cantiere dove probabilmente è scattato il cambio turno perché ci sono lunghe file di operai che vanno da una parte all'altra, raggiungiamo la nostra amata metropolitana e scendiamo dopo una fermata.
Qui il parco è aperto, ci sono tante persone che fanno il picnic, si riposano all'ombra delle piante innaffiate perfettamente, giocano con i gatti bellissimi che girano ovunque. La cornice è davvero bella, tutta placcata in oro, risplende al sole come un gioiello gigante, il quartiere intorno è moderno ma basso rispetto al centro finanziario e commerciale, quindi risalta in tutta la sua altezza.
Oso soltanto immaginare come sarebbe salirci su, ma la coda per l'attesa è lunga e noi abbiamo una jeep che ci aspetta, e torniamo indietro.
Partiamo per il deserto con delle grosse jeep da 6, noi saliamo con i nostri amici e si forma una classica carovana. Mentre arriviamo notiamo in lontananza una torre molto luminosa che l'autista ci spiega essere una specie di convertitore del parco dei pannelli solari che servono gran parte della città. Abbiamo poi superato una "scuderia" e le piste di allenamento dei cammelli che sfilavano obbedienti, bardati e colorati.
Appena arrivati al posto dedicato alle corse sulle dune di sabbia, e messo le jeep in fila, gli autisti hanno sgonfiato un pò le gomme per fare maggior presa sulla sabbia. Dopo, per una mezz'oretta abbiamo saltato sulle dune derapando e sgommando come impazziti, una corsa davvero emozionante! Alla fine, ci siamo fermati in un posto tranquillo per osservare il tramonto, abbiamo scalato le dune e toccato le zucchine selvatiche, ci siamo seduti sulla sabbia fredda e abbiamo fatto le scritte più effimere di sempre. Stare nel deserto vale davvero tutto il viaggio.
Il tramonto è spettacolare, l'aria si rinfresca, i calzini sono pieni di sabbia e siamo tutti sparpagliati sulle dune per fare le foto più belle e cercare di vedere più lontano ma è proprio una unica distesa infinita di sabbia che cambia colore man mano che scende il buio.
Alla fine risaliamo sulla jeep per andare a cena in un villaggio di pietra "Terra solis" dove gusteremo una cena tipica. La serata è ben organizzata, c'è la possibilità di fare il tatuaggio all'henné, di salire sui dromedario, di vedere danzatrice del ventre, dervisci e mangia fuoco.
Dai dromedari c'è poca gente così convinco mio marito ad andarci subito e mi accontenta, dietro di me sale la mia amica e poi i nostri mariti insieme. Il dromedario è alto e ondeggia quando si muove, ma è molto tranquillo e obbediente e ci godiamo il giretto nel deserto ormai buio. La cena è squisita e poi arrivano le ballerine, i dervisci che girano come trottole e i giocolieri con le torce infuocate. Alla fine dello spettacolo i ballerini chiamano sul palco di pietra alcuni bambini, poi anche me e la mia amica, e ci insegnano il ballo tradizionale che si fa in tondo facendo roteare in mano un cordino intrecciato. Ero partita con l'idea di fare tutte le esperienze possibili e sto mantenendo la promessa.
Torniamo all'albergo stanchi ma colmi di incanto e gratitudine per le emozioni che ci ha dato questa lunga giornata.
Il riposo sarà breve: il giorno dopo la sveglia suona all'alba perché ci aspetta una gita alla città di Abu Dabi, la capitale degli Emirati arabi, e residenza dell'emiro. La giornata non è bella, c'è una nebbia fitta che ci ricorda il nostro prossimo rientro in pianura padana, riempiamo il bus di italiani e si parte comunque, ci aspetta un'ora e mezza di strada. Il bus pare avere dei problemi quasi subito, l'aria condizionata ci congela ma il motore si scalda. A metà strada l'autista vuota tutte le bottiglie d'acqua fredda nel radiatore e riusciamo ad arrivare alla prima tappa di oggi: il Louvre.
Non è che abbiamo sbagliato strada, ma l'emiro ha pagato svariati milioni di euro per avere il permesso di dare tale nome al museo della città più importante per 30 anni.
La Francia ha fornito anche diverse opere per riempirne le sale ma contiene opere provenienti da tutto il mondo. L'architettura è straordinaria, non solo del museo ma di tutto il quartiere che sorge su un'isola artificiale e ospita l'università, il museo Guggenheim in costruzione, un parco naturalistico e un grande esempio di tolleranza: la moschea, la chiesa cattolica e la sinagoga, l'una vicina all'altra.
Mentre ci sguinzagliamo curiosi ovunque, la nostra guida cerca di far arrivare un altro bus per sostituire il nostro prima che fonda del tutto.
La faccenda però si rivela più lunga del previsto, facciamo in tempo a girare intorno al Louvre, poi tutto il parco, poi ci sediamo al bar a mangiare dei tramezzini e gustare il tè più amaro di sempre, quando infine uno dei nostri soci comincia ad arrabbiarsi, arriva finalmente il nuovo bus. La nostra guida calma e serafica ci porta al ristorante in un albergo super lusso Sofitel per un pranzo tipico a buffet, ormai siamo abituati a scovare subito i nostri piatti preferiti. Io prendo il bis di tabbouleh e nello stesso piatto metto due dolcetti per mio marito, una signora tedesca mi guarda inorridita e mi spiega che si tratta di dolci, ma io non mi lascio turbare e non le rispondo che in quanto italiana, non ho niente da imparare da lei sul cibo. Dopo il pranzo siamo tutti più simpatici e si riparte verso il palazzo dell'emiro.
La città di Abu Dabi è autentica e vissuta, vediamo tante persone del luogo, non solo turisti, alcune case sono scrostate dalla salsedine, ci sono tanti negozi normali, non solo boutique, ci sono anche le macchine impolverate, insomma non è patinata come Dubai. I palazzi sono belli ma non sono tutti grattacieli e qua è là spuntano tante piccole moschee tutte diverse, la gente gira anche a piedi, credo che qui ci si possa vivere bene.
Il palazzo dell'emiro è una specie di basilica di San Pietro completa di doppio colonnato tutto di marmo bianco. Per entrare dobbiamo fare la fila come all'aeroporto in mezzo a turisti di mezzo mondo. Superati i controlli prendiamo le navette che ci portano all'ingresso, ci sono fontane grandissime da ogni parte, marmo e granito che riflettono il sole ovunque, lo sfarzo emerge a ogni passo, ma l'interno ci lascerà davvero senza fiato.
Tappeti alti e decorati coprono i pavimenti, seguiamo le passerelle sopraelevate che ne preservando l'usura, i muri sono decorati a mosaici, a intarsi, a maioliche. I soffitti a cupola sono spettacolari, la sala d'ingresso è maestosa e ho finito gli aggettivi per descrivere la bellezza e la cura dei particolari.
Mio marito si innamora della biblioteca di libri antichi. Ci sono anche le varie sale di rappresentanza dove si incontrano i capi di stato e un museo sulla storia della calligrafia araba.
Dopo uno sguardo veloce allo shop, torniamo alla fila per la navetta e poi al bus, la prossima tappa è la moschea bianca, purtroppo salteremo la visita all'accampamento beduino per il problema del mezzo fuso.
Il sole inizia a tramontare, noi attraversiamo un quartiere molto bello di case basse tipiche, di pietra, con le torrette e la corte interna, intorno c'è molto verde ben curato, parchi e bambini che giocano insieme.
La moschea ci sorprende con il suo colore candido e i minareti dorati che svettano per tutta la lunghezza, già da lontano si vede che è immensa.
Si entra da una cupola di vetro e si scende ai sottopiani con la scala mobile, anche qui è pieno di turisti e fedeli incanalati in varie file. Tutte le donne devono entrare velate, ci copriamo i capelli con il foulard e proseguiamo tra negozi vari, bar e cambiavaluta, sembra un duty free. La visita si svolge tutta camminando piano in un serpentone di folla con le fotocamere pronte a cogliere le migliori inquadrature.
La moschea è bellissima, bianca, intarsiata, decorata da vetri e maioliche preziose, I lampadari sono immensi, le colonne incorniciano i muri istoriati da alto rilievi e applicazioni preziose, i pavimenti di marmo e intarsi colorati. È un tripudio di grazia ed eleganza.
Verso la fine del percorso ci sono le sale di preghiera, la moschea vera e propria, fuori ci sono i bagni divisi per genere per lavare via le impurità prima di pronunciare le parole sacre, e i mobiletti per posare le scarpe prima di entrare. Noi saltiamo questo passaggio e torniamo fuori, la luna gareggia per luminosità con le luci del palazzo, le colonne e i minareti in fila formano uno spettacolo meraviglioso.
Salutiamo un'altra grande bellezza di Abu Dabi.
Al ritorno cerchiamo di pisolare sul bus perché la mattina dopo avremo la sveglia all'alba, ma è difficile chiudere gli occhi e non ripensare a tutte le cose incantevoli viste in questa lunga giornata.
Domani ci aspetta un aereo e un viaggio di ritorno, ma tutte le emozioni, la meraviglia e lo stupore per quanto vissuto in questi pochi giorni mi resteranno sempre nel cuore.



Ieri ne ho letto la prima metà del tuo resoconto; oggi ne ho letto il restante. Ho notato che hai cambiato lo sfondo del blog: foto bellissime. Si percepisce la passione del viaggiatore, cioè quelle persone attratte dalla scoperta dei luoghi in cui i piedi hanno il piacere di posare.
RispondiEliminaSi, Giampiero, ho cambiato lo sfondo (più chiaro e leggibile) e la foto, credo che da questa si noti davvero quanto sono stata bene nel deserto. Viaggiare mi piace e mi piace raccontarlo, e soprattutto raccontare di quanto si possa stare bene nella natura. Cari saluti!
EliminaMolto interessante e fonte di ispirazione. Domenica mattina, dopo aver impaginato e programmato una settimana fa, sarà online l'articolo sul nostro viaggio a Zanzibar. Viaggiare è davvero bello e dopo aver letto il tuo racconto, ho inserito un aneddoto a cui siamo legati ma che, forse per puntare subito al sodo, inizialmente non avevo inserito.
RispondiEliminaLo leggerò con piacere!
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