martedì 2 gennaio 2024

La mia via degli Dei

 


   Cosa potrei regalarmi per questo anno importante in cui ne compio 50? 
Un viaggio naturalmente, un viaggio speciale. A piedi, circa 20 km al giorno nell'appennino Tosco-Emiliano, la cosiddetta "via degli Dei". Questo percorso unisce diversi cammini storici, religiosi e commerciali e in certi punti si ritrovano tratti di strade romane ancora ben percorribili. 
Per prepararmi psicologicamente e praticamente ho comprato e studiato una guida, se ne trovano per qualsiasi cammino, ormai. Per scaramanzia non ho fatto le prenotazioni per pernottare nei vari luoghi, a parte le prime due tappe, perché alla mia età, si inizia a pensare alle conseguenze delle varie decisioni e temevo vesciche, distorsioni, burroni aperti e attacchi di belve feroci. 


Ho provato a chiedere alle mie amiche e colleghe di accompagnarmi ma nessuna si è rivelata entusiasta della mia proposta, chissà perché. 
Anche i miei familiari mi sono sembrati perplessi:- ma come, tu vorresti fare 20 km al giorno per una settimana? Ma alla fine sono sembrata abbastanza convincente e mio marito si è offerto di accompagnarmi (o meglio, aspettarmi) nei vari agriturismi da raggiungere però in macchina per via del suo mal di schiena. La cosa è risultata molto comoda anche per me perché così nello zaino ho potuto portare solo l'essenziale per le escursioni giornaliere e non anche i cambi di vestiario. A 50 anni ci si può permettere qualche vizio, altrimenti che gusto c'è! A mia discolpa posso dire che durante la via ho incontrato quasi soltanto 20/30enni, e comunque ho camminato quanto loro. 


Incastrando gli impegni lavorativi di mio marito decidiamo di partire il venerdì 7 luglio, dopo una settimana di fresco e temporali inizia a farsi sentire l'anticiclone estivo in tutta la sua potenza calorifica. Non importa, tanto si sale di quota, ma la partenza è da Bologna, scanso la piazza maggiore e parto da San Luca perché non voglio percorrere la città, infatti si entra subito nel bosco e devo già prendere delle deviazioni per via delle frane del mese precedente. Dal bosco arrivo giù al parco delle chiuse o Talon a Casalecchio, dove si trova una bella chiesa, San Martino e i resti di villa Talon che dà il nome al parco. Lo percorro a lungo, prendendo per sbaglio e per le deviazioni delle frane, il percorso dei ciclisti. 


Nel lungo fiume da Casalecchio a Ponte di Vizzano si incontra di tutto, orti sociali con chiare inclinazioni di sinistra, laghetti per pescare, cave di ghiaia. Questa prima parte della tappa si fa quasi tutta in piano seguendo il corso del fiume Reno, che regala scorci deliziosi nel caldo padano, fino alla località Vizzano.

Visito il palazzo dé Rossi e prendo un caffè per cercare di sopperire al caldo e alla fatica, dalla colazione ho mangiato solo una mela e una barretta energetica per non appesantirmi. 



Ammiro gli alberi secolari del parco del palazzo poi attraverso un ponte strettissimo dove passa a fatica una macchina alla volta, a metà ponte ne ho incrociato una e mi sono dovuta arrampicare sul parapetto per farle spazio. La vista sul fiume è meravigliosa. 


Finalmente il percorso inizia a salire e arrivo in un punto panoramico dove c'è una casa con una terrazza e una vista incantevole e una signora seduta fuori che appena mi vede, mi offre un caffè. Devo avere davvero un aspetto orrendo. Mi siedo volentieri e la signora va dentro a preparare il mio tonico preferito e ne arriva un'altra, più anziana, che mi chiede una moneta e mi offre delle frittelle di riso che divoro con gusto decidendo che in questo viaggio mi fiderò di tutti. Le frittelle sono buonissime e la signora mi dice che da quando passiamo noi viandanti si sente meno sola e inizia a raccontare di sé e della sua solitudine. La ascolto per qualche minuto e poi ringrazio e vado via mettendo tutte le monete che ho in tasca, nel cestino. 
Il percorso prosegue ancora su strade asfaltate, calde e assolate ma finalmente ritrovo il bosco, in ripida salita. 

Ormai sono le due del pomeriggio, mi siedo sfinita a metà sentiero dopo aver superato dei ciclisti, poi se ne ferma uno a chiedermi se va tutto bene. Questo in particolare lo incrocerò ancora e mi spiegherà parte della tappa, che controlla lui che è del CAI. Riprendo la salita e supero due viandanti spagnoli, babbo e figlia, che incontrerò ancora diverse volte nel cammino. Ci ritroviamo insieme a un bivio/variante per frana e mentre discutiamo su quale scegliere, ripassa il tipo del CAI che ci consiglia vivamente di prendere le varianti perché loro le hanno preparate apposta. 
Obbediamo prontamente ma io prima mi lamento che potevano fare anche un po' più fresco sul percorso, quelli del CAI, lui sorride e se ne va sulla sua bici super accessoriata. La strada è ancora in salita con dei punti panoramici meravigliosi, e riusciamo a scorgere ancora San Luca, lontanissimo. 


Incredibile quanta strada abbia fatto da stamattina e quanta ancora ne abbia davanti. La salita finisce ed entro nel bosco più o meno fitto a seconda dei punti, poi si allarga in una strada di aghi di pino e ghiaia, tra alberi altissimi e qualche casa in pietra. Trovo una fontana fresca che mi risolleva un po' dal caldo e dalla fatica e mi dà nuove energie, dopo una lieve salita sento dei cani abbaiare e si avvicinano alla rete insieme a una coppia che ha preparato una zona di sosta per i viandanti con ombrellone, frutta e una bevanda rinfrescante, tutto prodotto da loro stessi. Alla fine scopro che questa strada bellissima si chiama via delle orchidee. 


Arrivo alla strada provinciale e trovo subito l'orto botanico e l'agriturismo dove dormiranno gli spagnoli e le mie gambe stanche mi lanciano segnali di invidia, noi dobbiamo proseguire fino al monte Adone. Ancora un po' più su, riparto motivata dalla prospettiva di ritrovare mio marito e fare una bella doccia. Lui intanto mi manda foto del genere:


Ancora più motivata, riprendo a salire con i miei santi bastoncini o sacri bordoni, come quelli dei veri pellegrini. Sono una risorsa efficace per affrontare i dislivelli e distribuire il peso, sono le mie bacchette magiche, mi portano ovunque. Sul crinale trovo un cartello interessante ma non voglio soffermarmici troppo, comunque è una bella soddisfazione vedere quanto mi sia arrampicata da stamattina! 


Il bosco si apre all'improvviso e mi trovo in un campo di lavanda pieno di api, bombi e farfalle e mio marito mi viene incontro a braccia aperte, la prima tappa è mia, monte Adone conquistato con caparbia e leggera incoscienza. 


Il gestore del B&B mi fa i complimenti perché sono arrivata per prima e mi porta la birra fresca, poi ci spiega le "regole"  e gli orari della casa: cena alle ore 19.30  tutti insieme e colazione in autonomia.


La serata si rivela piacevolissima, conosciamo un ragazzo che viene da Roma e ha già fatto il cammino dei briganti, due ragazze del Veneto che sono abituate alla montagna e tre ragazzi 23enni che abitano ai piedi del Resegone e arrivano tardissimo dopo aver sbagliato strada più volte e aver quasi raddoppiato i 20 km del giorno. È divertente ascoltare i racconti di tutti e capire come ci si è rapportati in modo diverso alle stesse persone e allo stesso percorso. La prima giornata finisce così tra risate, stanchezza ed emozioni condivise.

 Seconda tappa: da monte Adone a monte Venere



Il giorno dopo mi sveglio riposata e senza i dolori muscolari della sera prima, quindi decido di affrontare la seconda tappa e di continuare a vivere questo cammino giorno per giorno, senza programmare troppo, cercando di ascoltare il mio corpo e i miei desideri e bisogni. Senza svegliare mio marito faccio una bella colazione e poi parto dandogli appuntamento a Monzuno per pranzo con due amici, visto che tra un bosco e l'altro, devo passarci per forza. 


Il monte Adone è davvero bello, ogni volta che si lascia un luogo e lo si guarda da una certa distanza, si capisce meglio nella sua interezza. Sotto il monte c'è il paesino di Brento, poi boschi e prati sconfinati ricchi di profumi e insetti ronzanti. 


Una parte molto bella del percorso odierno è la via Flaminia militare, un'antica strada romana immersa in un bosco scuro e fresco che mi accoglie anche per la merenda (la mela quotidiana) e su cui mi imbatto in altri viandanti e il primo ciclista della giornata. 


Monzuno (l'origine è incerta tra Mons Zeus e Mons Juno, Giunone) è un paesino che si dipana su un ampio colle e durante il percorso si vedono i segni delle frane e cedimenti appena vissuti, anche il cammino è interrotto in alcuni punti e bisogna passare sull'asfalto. In paese il viandante è ben accolto, tutti hanno un sorriso pronto e al ristorante mi regalano la spilletta della via degli Dei, che mi appunto subito sulla maglietta con un certo orgoglio e che poi avrò modo di sfoggiare con altri camminatori. 


La biblioteca di Monzuno mi colpisce con la sua parete scolpita a forma di libreria, come a sottolineare la forza e l'incisività della conoscenza e dell'amore per la lettura. 


Dopo il pranzo abbondante (meglio evitare), tipico della Romagna, trovo una salita ripidissima in mezzo ai campi e al sole, con poche piante sotto cui trovare riparo. Dopo il caffè, fatica e sudore. Riesco a salire lentamente e vedo in lontananza altri viandanti che come me, riprendono fiato sotto ogni albero che incontrano. Arrivata in cima ritrovo il bosco, ma prima fotografo il monte Adone ormai lontano e la salita appena conquistata.


Incontro un gattino randagio magrissimo che miagola forte come per lamentare il caldo e l'assenza di acqua nei dintorni e mi ritrovo d'accordo con lui su tutto. Lo saluto e mi inoltro nel bosco scuro e fresco pur sempre in salita, ma all'ombra va bene tutto, la vegetazione è varia e il paesaggio stupendo, gioco a riconoscere le piante e a immaginare come poterle far crescere nel mio giardino. Il sentiero diventa una piccola carraia e a un certo punto trovo una serie di baracche e costruzioni varie vicino a una stalla, i cartelli indicano che lì si svolgono dei corsi sul raggiungimento della consapevolezza di sé, e io penso che se ci si arriva a piedi anziché in auto, la si raggiunge già nel percorso.
Hanno realizzato anche un'area di sosta per i viandanti con un punto attrezzato per il book crossing e una zona lettura a cui faccio una foto da mandare sul gruppo che abbiamo fondato al mio paese, dei "lettori itineranti". Lascio un messaggio di apprezzamento per la piacevolezza dell'insieme e proseguo felice per la mia meta.



Il bosco diventa sempre più fitto, il percorso ricomincia a salire e quando scende devo guadare due piccole sorgenti, è tutto curato e pulito meglio di una strada cittadina. Attraverso un meraviglioso castagneto con alberi secolari e mucchi di tronchi impilati ordinatamente e qua e là leggo dei cartelli che intimano di non raccogliere i frutti del sottobosco poiché si tratta di una proprietà privata. Anche prima di leggere il cartello non mi sarebbe mai venuto in mente di raccogliere alcunché, se non altro per non appesantire lo zaino.


Dopo aver scollinato anche il monte Venere, incontro i viandanti spagnoli e li saluto da lontano e poi supero le ragazze del Veneto con una certa soddisfazione. Arrivata alle antenne sul crinale mi accingo a rientrare nel bosco ma un cartello di legno attira la mia attenzione, la frase è volutamente motivazionale e divertente, il primo di una lunga serie che troverò fino al monte Galletto.


Poco distante c'è una macchina parcheggiata e ne scende un signore che mi chiede se gradisco il cartello e l'esperienza che sto vivendo e gli racconto impressioni e suggestioni e poi mi chiede una foto da tenere come documentazione poiché lui è l'artefice di questa e altre installazioni che troverò nel percorso. Mi regala anche un adesivo da lui realizzato per promuovere la via degli Dei e poi ci mettiamo a parlare degli insetti incontrati nel cammino, lui conosceva personalmente Giorgio Celli che gli ha trasmesso la passione per questi piccoli animali. Quando arrivano le ragazze venete le coinvolgo nella conversazione e poi me ne vado perché sono vicinissima a Sassorosso, la mia destinazione del giorno. La vedo dall'alto, riconoscendo la macchina di mio marito, scendo velocemente dal Poggio e l'agriturismo si rivela una casa in pietra in condizioni perfette, arredata in modo semplice, ogni oggetto è di legno, anche le scale (argh!) per salire in camera. I gestori hanno anche una mucca, un cavallo, pecore e galline e se ne occupano personalmente. Dopo una bella doccia racconto tutta la giornata a mio marito e trovo i primi segnali della fatica: due vesciche doloranti su due dita dei piedi. Me ne prendo cura con ago e filo, mi tolgo una zecca dal braccio, un altro regalo del bosco, e mi asciugo i capelli al sole. Siamo a circa 900 metri e si sta benissimo, dopo una cena buonissima preparata con cura a partire dalla pasta fresca, propongo a mio marito di arrivare a piedi fino alla località "le croci" perché in macchina poi non l'avrebbe vista. Con un po' di riluttanza e sorpresa perché non credeva che avrei avuto ancora la forza di esplorare i dintorni, accetta e partiamo verso un nuovo panorama.



Troviamo diverse installazioni e cartelli del tipo incontrato nel pomeriggio e lo spettacolo dal crinale è davvero stupendo. Proviamo a riconoscere le cime dei monti ma il tramonto illanguidisce le forme e le nostre sicurezze e ci riserviamo di chiedere a qualcuno appena possibile. 


La vetta è sempre dietro una curva ma non riusciamo a raggiungerla, sta facendo buio e preferiamo evitare rischi, anche perché io indosso le ciabattine a infradito, non più gli scarponi comodi da montagna. Torniamo alla base e mi aspetta un'altra notte di sonno profondo sull'Appennino. 

 Terza tappa: da monte Venere al passo della Futa.

La mattina dopo ancora sveglia presto e colazione buonissima con torte e biscotti fatti in casa, e siccome la sera prima non siamo riusciti a finire la cena (troppo abbondante) il gestore mi ha preparato il panino con il prosciutto da mangiare nel bosco. Questa parola: bosco, sta diventando una ripetizione continua ma davvero ha conquistato tutto il mio essere, come se fosse sempre stato il mio ambiente naturale. Raggiungo vetta "Le croci" che non sarà la più alta di oggi, ma solo la prima, infatti poi devo arrampicarmi sul monte Galletto, ripido e impegnativo. Qui ci sono un sacco di cose da vedere: il parco eolico, alcune piccole fattorie, la vista aperta a 360 gradi sulla valle e un punto panoramico dove poter riconoscere i monti più alti.




La giornata è limpida e la vista da quassù è proprio bella, sarebbe il posto ideale per fare il picnic se non fossi appena partita.


Il prossimo luogo da incontrare è Madonna dei fornelli, un paese più a valle, anche troppo, perché dopo la discesa dovrò arrampicarmi sull'altro versante e il dislivello si percepisce bene da quassù. Una canzone che mi gira in testa periodicamente (tipo a ogni salita) è quella che dice così: - E quando sembra, che sia finita, è proprio allora che comincia la salita, che fantastica storia la vita. 
"Piano piano" è un altro mantra che mi ripeto nei momenti di stanchezza e poi penso al caffè, alla birra fresca che mi godrò all'arrivo, alle soste brevi per bere, sgranocchiare le noccioline e consultare la guida. Raggiungo il paese velocemente e trovo un bar, punto sosta per viandanti dove fare un altro timbro sulla mia credenziale, cioè il mio "passaporto" della via degli Dei. Da ora in poi sarà quasi tutta salita, sul sentiero ripido mi precedono tre moto da trial, poi non incontrerò più nessuno per diverse ore. I bastoncini mi aiutano tanto anche a tenere sgombra la mente che deve concentrarsi sul camminare distribuendo il peso su quattro arti anziché due, ogni tanto li uso per fare più rumore possibile ed allontanare eventuali vipere dal percorso. 
Salendo al pian di Balestra mi volto per vedere da dove sono partita e scorgo ancora, in lontananza, le pale eoliche. 


Rientro nel bosco, la salita si fa più dolce, e trovo uno dei miei massi preferiti per sedermi comoda a fare merenda, questo masso in particolare sembra molto frequentato. Una coppia ha lasciato traccia del suo passaggio e del suo amore, e un animale ha lasciato traccia del suo pasto.


Ricomincia la salita sul monte Bastione, il sentiero si allarga in una strada forestale, ci sono alcuni tratti recintati, dei ruderi, molte pozzanghere e tanti alberi meravigliosi e profumati. Cerco sempre con lo sguardo che si muove tipo radar, il segno bianco e rosso che indica il sentiero giusto, questa via è segnalata perfettamente e non ho quasi mai paura di perdermi, di solito in mancanza di indicazioni diverse, bisogna andare dritti. 
Trovo tante case sparse, poi un minuscolo centro con la casetta delle guardie, l'ultima possibilità di prendere un caffè per diverso tempo, ma non ne approfitto perché dovrei scendere e risalire ancora, e i miei polpacci iniziano a indurirsi. 
A un tratto arrivo al confine di regione, delimitato da un cippo e un salottino improvvisato e quindi dovrei essere a metà strada in totale, più o meno. 



I miei bastoncini decidono di appoggiarsi sul versante bolognese, con un certo timore del cammino che ancora li aspetta, ma la giornata sarà ancora piena di meravigliose visioni e ripartiamo con energia. Un gruppo di 7/8 viandanti mi precede, a tratti li perdo di vista poi li riprendo, si fermano spesso a chiacchierare tra loro di quello che incontrano.
Dopo un po' si ripercorre la strada Flaminia militare, ancora più visibile dei tratti precedenti, in questa zona era stata ritrovata anche un moneta romana. 



Finito il percorso sulla strada antica, finisce ance il bosco, ritrovo il gruppo dei ragazzi che mi aspettano per oltrepassare un cancello privato che poi ci richiudiamo alle spalle, evidentemente delimita un pascolo. Si apre davanti a noi un pratone gigantesco in discesa e la percorro con la vista aperta su tutta la valle, il colpo d'occhio è incredibile. In fondo c'è il bivio per il minuscolo paese di Bruscoli e un sacco di gente di ogni età che va a fare picnic ed escursioni. Finalmente non sono io la più vecchia in giro per i monti. 



Mi fermo vicino alla casa di pietra abbandonata che promette invano sollazzo per i viandanti, tipo bibite fresche e caffè, oggi è domenica e con tutta questa gente in giro avrebbero guadagnato abbastanza. Mi siedo a mangiare il panino sotto un albero magnifico sotto cui si potrebbe dormire se non ci fossero delle formiche lunghe un centimetro. A metà del mio pranzo arrivano sei vecchietti con borse frigo, tovaglie, cuscini e bibite e si accampano vicino a me sotto l'ombra maestosa. Inizia l'interrogatorio sulla mia avventura e mi raccontano a loro volta che abitano qua vicino e gli piace venire a mangiare all'aria aperta, mi offrono il dolce ma io invece vorrei il caffè, che però è l'unica cosa che non hanno portato. Li saluto e riprendo la marcia. 


Rientro nel fitto del verde, un po' in discesa e un po' in piano e arrivo a un incrocio che porta a un agriturismo che oggi evidentemente deve essere tutto pieno perché c'è un sacco di gente che arriva da un sentiero laterale. Mi sembra fantastica questa cosa di andare a mangiare al ristorante in mezzo al bosco con le scarpe da trekking, tanto il ritorno è sicuramente in discesa. 
Dopo poco arrivo a pian degli ossi, una piccola radura con una fornace dove sono stati ritrovati dei pezzi di calce di epoca romana, e incontro una coppia di giovani altoatesini. Chiacchierando un pochino, per quanto la loro socialità gli permette, mi raccontano che intendono fare la via in pochi giorni e quindi aumentare il numero di km giornalieri, però hanno già delle fastidiose vesciche ai piedi. Io resto soddisfatta della mia decisione di farne 20 al giorno e di essermi presa il mio tempo per godermi il cammino. Ripartiamo e loro vanno avanti, ricomincia la salita e il bosco diventa sempre più bello: scuro e fresco, profumato, pieno di radici affioranti, massi e piante diverse. Trovo anche un piccolo lago. La zona che sto scalando si chiama "le banditacce " e ancora non mi rendo conto ma sarà la parte più bella del viaggio. Supero di nuovo quel gruppo di ragazzi incrociati al mattino e incontro tre ragazze sedute a riposare, chiedo loro se sono le famose banditacce, ridono, e le saluto soddisfatta. Dopo un altro strappo in salita arrivo al punto più alto della via degli Dei: 1.200 metri! Sono felice come se fosse l'ultima salita del percorso, suono la campana e mi faccio l'unico selfie di tutto il cammino. 


Dopo un po' arrivano i ragazzi di prima e si offrono di farmi la foto poi io la farò a loro, tutti insieme. Aspettiamo che arrivi l'ultimo poiché sono un po' distanziati e poi esplodono anche loro in una gioia incontenibile. Abbiamo movimentato un po' i suoni tipici della vetta del monte, oggi.


Da qui in poi sarà tutta discesa, (poveri polpacci e quadricipiti) il bosco sempre bellissimo e trovo ogni tanto qualche comitiva in scampagnata. Mi fermo a mangiare l'ultimo panino, i soliti ragazzi mi sorpassano di nuovo e ci salutiamo come se dovessimo rivederci dopo dieci minuti. Ma loro vanno alla Futa, io invece arrivo al bivio per Traversa, dove mi aspetta mio marito in albergo e scendo da un percorso trasversale. Il bosco si fa più rado, l'altitudine quasi dimezza e comincio a sentire il calore della giornata, arrivo alla strada forestale che poi innesta una provinciale e raggiungo la mia meta. In albergo ci sediamo fuori e il proprietario si siede con noi e ci racconta delle camminate che ha fatto lui anche in Svizzera e Austria e poi del cimitero dei soldati tedeschi che visiteremo domani. Ricorda quando ancora venivano i parenti di quei poveri ragazzi a visitare le loro tombe e di come, piano piano, siano spariti anche loro. Nel pomeriggio mio marito lavora un pochino e io inizio a buttare giù questo diario senza dimenticare di chiedere il timbro per la mia credenziale.

                                    Quarta tappa: dal passo della Futa a San Piero a Sieve

La mattina dopo si riparte dalla visita al cimitero militare tedesco, al passo della Futa. Dal parcheggio vedo in lontananza i due viandanti spagnoli che hanno dormito in campeggio, saluto mio marito e ricomincio a camminare. 
Quando li raggiungo, ci salutiamo e lei mi fa vedere che ha rotto una scarpa ma continuerà a camminare con quelle. Il sentiero si fa ripido e stretto, loro vanno più veloci e io arranco alla mia velocità di salita: due passi veloci e uno lento per ansimare finché riprendo il ritmo. Le prime due ore di cammino saranno più o meno così, in salita in un contesto molto vario, bosco, radura, crinale, risalita di un ruscello, curve e precipizi. Il punto più alto oggi è il Poggiolino, a mille metri. 


Nel folto della foresta trovo vari tipi di funghi e di impronte. 


Il percorso continua arzigogolato a seguire le curvature del monte, in direzione del passo che mi porterà a valle, la vista da quassù è ampia su diverse catene di colli toscani. I cartelli sono chiari e numerosi perché qui si incrociano davvero tanti sentieri. 




Raggiungo il passo dell'osteria bruciata e ritrovo gli spagnoli che stanno pranzando anche se non è ancora mezzogiorno. Mi fermo con loro a mangiare la mela e scopro che non sono padre e figlia ma marito e moglie con venti anni di differenza e vengono dalla Galizia. Abitano vicino a Santiago de Compostela, meta del più famoso cammino del mondo che vorrei tanto fare, prima o poi.


L'osteria non esiste più, la leggenda narra che sia stata bruciata dagli abitanti dei paesi vicini quando si sono resi conto che l'oste serviva carne umana dei viaggiatori che passavano di lì. Questo fatto non aiutava proprio a promuovere i traffici commerciali.
Ci sono certi passaggi stretti, ripidi e scivolosi sullo strapiombo in questa zona, che probabilmente i viaggiatori arrivavano all'osteria, già ridotti a polpette. 



Rientro nel bosco fitto e ombroso, e lo attraverso per lungo tempo, quasi sempre in discesa e senza più incontrare nessuno. C'è un crocevia, una specie di scorciatoia per il paese di Sant'Agata, ma decido di restare nel percorso originale e vado a destra. Dopo quasi due ore di cammino il bosco finisce quasi di colpo, come la discesa, e mi ritrovo in piano, in una strada ghiaiata al sole, senza più alberi a schermare il calore dell'anticiclone estivo. Su un palo della luce trovo la pubblicità di una persona che offre lezioni di meditazione ai viandanti, senza concepire che il camminare così a lungo sia già di per sé, una forma di meditazione.
Raggiungo il bivio per la località Gabbiano in cui spero di trovare un caffè, ma la mia scelta di schivare Sant'Agata si rivelerà un castigo, era l'unico posto in cui trovarlo, nei dintorni. Cammino a lungo sotto il sole, sudando e faticando come uno schiavo egiziano mentre costruiva le piramidi. Arrivo a un cimitero che sembra un'oasi nel classico deserto (egizio), con tanti alberi alti e rinfrescanti e addirittura una fontanella di acqua fresca. Bevo, mi lavo dalla polvere accumulata nella carraia, mi rinfresco come se fossi nella doccia poi mi siedo su un vecchio ceppo. 
Dopo un po' arriva dalla parte opposta alla mia, una coppia che sta percorrendo la via in senso inverso, ovvero da Firenze a Bologna, una vera rarità per la mia piccola esperienza. 
Si buttano anch'essi sotto la fontana e cominciano a lamentarsi del caldo e dell'asfalto assassino. Scopro così che mi attendono altri quattro kilometri di provinciale prima di arrivare a San Piero a Sieve e condivido con loro il tratto di strada che devono fare prima della salita nel bosco. Ci salutiamo e ripartiamo un po' delusi da questo finale di tappa. Io cammino ancora un po', il traffico aumenta, sono in mezzo alla campagna assolata e alle macchine rombanti e puzzolenti. Oltre agli Dei mi vengono in mente anche diversi santi. Poi decido di chiamare in soccorso mio marito che è in paese a lavorare. 



Il mio santo marito mi viene a salvare sulla via del Gabbiano (che cosa romantica) e io mi devo arrendere alle tre del pomeriggio agli ultimi tre kilometri del giorno più torrido dell'anno (ma è solo il 10 luglio), oggi ho camminato 19 kilometri anziché i 22 previsti. Per rinfrancarmi mi porta al lago di Bilancino, mi tolgo gli scarponi, entro in acqua, è calda anche questa. 
Più tardi devo andare in farmacia a comprare qualcosa contro le punture di insetti che hanno fatto di me un pasto completo. 
Prima di cena facciamo duemila chiacchiere con i proprietari del B & B e poi arrivano anche gli spagnoli, che si erano fermati a Sant'Agata con tutti gli altri viandanti ad aspettare che facesse più fresco. Dormiranno qui anche loro e decidiamo di andare a cena insieme, sono contenta di presentare a mio marito i miei più affezionati compagni di avventura. 

                               Quinta tappa: da San Piero a Sieve a monte Senario e Bivigliano. 

La mattina dopo sveglia presto, colazione, cura delle vesciche e saluti calorosi agli spagnoli, ai padroni di casa e al maritino. Si sale subito dietro il paese e la giornata è limpida e si prospetta calda. Gli animali di guardia sono attenti e incorruttibili.


In cima al colle c'è una fortezza e poco più avanti un palazzo mediceo e una piccola graziosa chiesetta. La vista sul Mugello è chiara e ampia, la strada assolata e con pochi alberi, trovo un abbeveratoio e bagno il cappello per fare scorta di freschezza. 


Su questi antiche strade sorgono delle domande esistenziali tipo se sia nata prima la roccia o la radice. 


In lenta discesa raggiungo il paese di Tagliaferro, attraverso la strada provinciale e mi infilo in un parco privato ma aperto a pedoni e ciclisti, da sotto un cavalcavia si risale verso il bosco. Incontro un altro viandante in direzione contraria con la mia stessa guida in mano e gli chiedo se manca ancora tanto alla badia del Buonsollazzo. Era meglio non fare domande perché mi risponde di sì e che c'è anche un bel dislivello ripido da scalare, e aggiunge che ha i polpacci distrutti. Saluto e riparto in salita, dolce ma inesorabile, su una piccola carraia che unisce diverse case e campi sul colle. Prima di entrare nel bosco trovo una piccola zona di ristoro per i pellegrini. 


Questi piccoli segnali di accoglienza lungo il percorso mi fanno conservare fiducia nell'umanità.
Il bosco si chiude intorno al sentiero che si arrampica ripidamente sempre più su, sempre più stretto e con salti più alti, le mie gambe corte non mancano mai di ringraziare i bastoncini. Dopo un'ora di salita verticale arrivo alla radura dove alcuni monaci avevano realizzato e abitato la badia del Buonsollazzo, che significa "buon soleggiamento". Adesso è in stato di abbandono, ed è un peccato davvero perché si trova in una splendida posizione. 


Incontro due dei tre ragazzi conosciuti la prima sera, che mi sorpassano e raccontano che il terzo si è fatto un po' male e continua a perdersi quindi lo aspettano su con calma. Più tardi mi passerà avanti anche lui. Mi fermo a mangiare la mela su un tronco a bordo strada per riprendere fiato, anche questa sarà una sosta breve perché se si raffreddano troppo i muscoli poi fatico a ripartire. Questa piccola trovata delle soste brevi, spesso in piedi appoggiando bene il peso sulle gambe, mi aiuta a non disperdere energie e mantenere un ritmo lento ma costante, e mi viene in mente la favola della lepre e della tartaruga. In lontananza si riesce ancora a scorgere il castello di Trebbio, incontrato stamattina appena sopra il paese, che dà un po' ragione alla fatica che sento nelle gambe. 


La fatica fa parte del cammino, la si affronta a seconda del momento, a volte mi sento un grumo indefinito oppure un insieme di scagliette da dover poi ricomporre con cura.
Nel folto del bosco trovo una croce molto frequentata, piena di ex voto e ringraziamenti da parte di tanti pellegrini che percorrono la via con intenti evidentemente religiosi. 


Il percorso ricomincia a salire e arrivo anche alla vetta del monte Senario o Asinario, dove c'è il santuario dei sette frati, un bar (chiuso fino alle tre!), una freschissima fontana, tante famiglie che fanno il picnic e tanti pellegrini coricati qua e là sul prato. Mi riposo un po' di più anche io perché a quasi 800 metri si sta molto bene. 



Ritrovo anche gli spagnoli e ci salutiamo definitivamente perché loro oggi vorrebbero arrivare a Firenze (spero che prendano l'autobus a Fiesole) per ripartire verso casa. Io invece sono quasi arrivata perché abbiamo prenotato un B & B a Bivigliano e mi fermo a chiacchierare con una coppia (più anziana di me) che sta facendo la via con ritmi lenti, pochi kilometri al giorno perché vogliono godersi l'escursione, non trasformarla in una via crucis. Scendendo dal monte verso il paese trovo proprio tutte le stazioni della via crucis della settimana santa e anche una antica ghiacciaia ben conservata.


Attraverso la strada asfaltata che porta al monte e prendo il sentiero per Bivigliano, che si inoltra nel bosco, poi diventa una piccola carraia ed entra in un prato. Questa variante non deve essere molto utilizzata poiché il sentiero quasi scompare tra l'erba alta, e anche io. Uso i bastoncini come scudo per spostare i rovi e cerco di schiacciare l'erba più alta e folta sotto gli scarponi ma vorrei aver portato un falcetto. A un certo punto credo di aver perso il sentiero, poi lo ritrovo nonostante la vegetazione sempre più folta, anche gli insetti si fanno più invadenti. Dopo un po' il sentiero si accosta a una fila di alberi, almeno sarò all'ombra e penso che magari l'erba sarà più bassa, non è proprio così ma dopo un po' il pratone finisce. Ricomincio a respirare normalmente e rientro nel bosco, per domani cercherò un percorso alternativo per tornare a via del monte. Finalmente arrivo in paese, desertico perché sono le tre, ci sono solo tre tipi seduti su una panchina all'ombra e gli chiedo dove trovare un bar. Anche oggi resterò senza caffè perché l'unico bar del paese è chiuso per turno. La prossima volta che farò la via degli Dei avrò cura di portarmi il thermos. 
Al nostro B&B per adesso ci siamo solo noi, vado a fare la doccia e mi copro con un asciugamano piccolissimo, mentre richiudo la porta del bagno, arriva il padrone di casa con gli altri due viandanti attesi. Io mi tengo stretto il telo bagno, sorrido e saluto, dopo un po' di imbarazzo sorridono anche loro.
Poi mi spargo sul corpo la crema lenitiva, attraversare il pratone ha moltiplicato le punture, gli arrossamenti e le irritazioni.
Il caldo, l'agitazione, e la stanchezza della giornata si accumulano, mi addormento fino all'ora di cena, poi andiamo a mangiare in un ristorante che affaccia sul parco della villa Demidoff dove si trova la famosa statua del colosso dell'appennino. 
     
                                            Sesta e ultima tappa: da Bivigliano a Fiesole

La mattina dopo riparto presto, carica e pronta all'avventura, saluto il padrone di casa, che quasi non mi riconosceva, vestita, e inizio la salita verso il monte Senario fino a ritrovare la via degli Dei. Sopra il paese la vista è stupenda, dal bosco non si vedeva bene ma da qui si scorge già Firenze con il suo cupolone.




Ritorno nel percorso originario che passa dalla vetta "le croci", che ricorda i sette monaci che tanto bene avevano fatto alla popolazione di queste zone, e intorno al milleottocento sono stati canonizzati santi. Sul crinale c'è vento, un'aria bellissima unisce il Mugello e la valle del Mugnone. Ancora non lo so, ma la vetta è quella piccola punta alberata quasi al centro della foto sotto, anch'essa poi mi sarà riconoscibile da lontano.



Il ricordo dei concittadini dei sette santi uomini si trova proprio sul crinale, così possono continuare a stendere il loro sguardo pietoso sulle due valli.


Riprendo il cammino anche se su questo crinale si sta benissimo, ci si abitua presto a stare nella natura senza sentirsi soli; c'è sempre qualcosa da scoprire, da osservare, da sentire con ogni senso.


Arrivata alla vetta tra gli alberi, mi siedo a mangiare la mela, la mia preziosa risorsa vitaminica e zuccherina, e trovo questo tronco che sembra intagliato in un linguaggio remotissimo o scolpito da un mastro costruttore di labirinti, e in effetti lo è; la natura.


Dopo la vetta c'è una piccola discesa che mi porta già nel territorio fiesolano. Qui posso scegliere di cambiare il percorso originario con il sentiero di Stilicone, che viene definito molto bello dalla guida, ma oggi scelgo la tradizione, attraverso una strada e mi trovo precisamente nel paese di Pontassieve. La tradizione prevede anche un'altra ripida salita nel bosco, Questo segno bianco e rosso mi ha accompagnato per tutto il viaggio, mi ha guidato e mi ha dato speranza in ogni momento, le guide del Cai o chi per loro, hanno fatto un ottimo lavoro sulla via.


La salita ripida e bella prevede di arrivare sulla cima di Poggio Mugnone, riprendo il mio ritmo tipico delle ascese e mi inoltro nel bosco. Quasi in cima trovo un bel Budda con tanto di ornamenti, frasi motivazionali, firme e saluti, Si chiama via degli Dei ma ci si trovano bene anche i profeti.


Quando sono quasi in vetta (lo immagino dal fiato corto) il cielo si fa ancora più scuro, comincio a sentire muoversi le fronde rumorosamente, quella che prima mi sembrava una nube di umidità della pianura fiorentina si trasforma in una nuvola di pioggia. Spero che non piova perché proprio oggi ho tolto la mantella dallo zaino, e non vorrei trovarmi sul colle in mezzo al temporale. Quando sento le prime gocce mi tolgo lo zaino e lo copro con il telo antipioggia, lo indosso e inizio a fare la salita più veloce della mia vita e della mia carriera di pellegrina.
Questi alberi probabilmente non hanno mai visto una correre così velocemente verso la radura sulla cima del colle, superarla e rinfilarsi nel folto degli alberi. Poi rallento, come la pioggia, e trovo questo cippo che ricorda il poeta Bruno Cicognani, che si era innamorato si questi luoghi (come dargli torto?) che gli avevano ispirato tanti versi.


La copertura gialla dello zaino non serve più, la ripongo e riparto perché comunque non si sa mai. Questo rischio di prendere un fulmine è stata la parte più spaventosa di tutto il cammino. Ormai la strada è in discesa, sono quasi arrivata a Fiesole dove ho appuntamento con mio marito, ho deciso di tagliare la parte per Firenze perché fa troppo caldo per fare tanti chilometri sull'asfalto. Incontro tante ville, tenute, palazzi con parchi sterminati e poi arrivo in paese.


Si tratta di un centro molto carino, con viuzze e stradine e case di sasso, c'è una bella strada panoramica, un sacco di traffico nella via principale con marciapiede minuscolo, poi finalmente arrivo in piazza.
Qui non trovo neanche un bar, ci sono solo dei ristoranti di lusso, sono proprio tornata nella civiltà, per fare il timbro della tappa chiedo a qualcuno che mi indica l'ufficio turistico e chiudo la mia credenziale.


Il viaggio è finito, ritrovo mio marito che mi porta a mangiare sul Mugello e tornando indietro riconosco alcune delle cime che ho scalato e i crinali su cui ho camminato e che mi mancheranno tantissimo ma che resteranno sempre dentro di me.

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