Giusto il Ferrucci a cavallo poteva passare di lì.
Eccoci pronti per l'avventura
Il caro Alberto ci lascia nel grazioso paesino e declina l'invito a prendere un caffè, che poi non prenderemo neanche noi perché non esiste il bar, anche se pare che in paese sia appena finita una classica festa paesana. Ci sono tavolini e panche nella piazzetta, bandiere, casse di birra vuote e ombrelloni chiusi, nessuno in giro, le case chiuse, forse disabitate, solo una finestra aperta da cui si sente il rumore di una tv accesa. Giriamo il paese, piccolo e grazioso, case di pietra e giardini curati, e vecchie fotografie appese ai muri. C'è anche la piazza dedicata all'ispiratore del nostro viaggio.
Saliamo fino alla chiesa, minuscola e in fase di ristrutturazione, da cui cerchiamo di vedere il panorama e riconoscere le montagne intorno. Scendendo dai gradoni di pietra rientriamo nei vicoli e incontriamo ben due persone, chiediamo informazioni sulla direzione del sentiero che dovrebbe incrociare la via delle Rose ma non hanno mai sentito parlare del nostro eroe, del suo cammino e men che meno della via. Intanto ritorniamo in piazza, dove un altro signore ribadisce di non aver mai sentito parlare di tutto questo e quando gli chiediamo il motivo per cui non c'é un bar, ci racconta che in paese sono rimasti soltanto in 40 abitanti. Arriva una giovane signora che conosce un sentiero nel bosco che potrebbe essere il nostro e decidiamo di seguirlo, se non altro per lasciare il paese. Il sentiero non è "segnalato", non ci sono indicazioni di tempi o di direzione, è piuttosto difficoltoso per via degli alberi caduti che lo ostruiscono, a tratti si restringe e poi si riapre.
Sbuchiamo di fianco a una casa dove abitano due vecchietti che ci salutano dicendo che era tanto che non vedevano dei viandanti e che il marito si occupa in prima persona dello sfalcio dell'erba dell'ultimo tratto e che chissà chi lo farebbe, altrimenti. Li ringraziamo per la gentilezza e sbuchiamo sulla strada provinciale, curva e in leggera salita, in cui troviamo una cappellina e una poesia, la prima di altre lungo il percorso.
Dopo qualche tempo incrociamo un sentiero con un cartello che indica proprio la nostra prossima tappa e non esistiamo a imboccarlo, vista la rarità. Si tratta di un breve tratto non molto ampio ma agevole e asciutto e ci conduce a Macchia Antonini, finalmente mio marito riesce a fare colazione con gelato e caffè nel bar ristoro del parco naturalistico, poi osserviamo un bella cappella funeraria della famiglia Antonini.
Qua è là nel prato ci sono delle persone con seggiole e tavoli pieghevoli che giocano a carte e si apprestano forse a un picnic, vicino alle poche case ci sono targhe che ricordano tragici delitti del periodo fascista.
A questo punto dovremmo imboccare il sentiero per Prunetta, ne troviamo due, senza alcuna segnalazione e lì ignoriamo entrambi, purtroppo uno dei due doveva essere quello giusto perché non ne troviamo altri e ci tocca raggiungere il paese sulla strada provinciale che all'inizio attraversa una faggeta frondosa e profumata. La strada è tutta curve e si inoltra nel bosco, quindi fresca e ombrosa, in alcuni tratti raggiunge il fianco della collina e possiamo godere del panorama incorniciato da querce e castagni.
Purtroppo percorrere la provinciale significa incontrare diverse automobili in entrambi i sensi, ogni volta ci fermiamo perché la strada é stretta e ci infiliamo tra i rovi del bordo, ogni macchina che passa "sporca" il profumo del bosco e si fa notare più che in città. Ogni tanto incontriamo dei cerchi giganti di pietre, alcuni completi, altri mezzi ricoperti di terra, subito pensiamo a delle vecchie ghiacciaie poi mio marito ha l'illuminazione geniale: si tratta senza dubbio di vecchie carbonaie abbandonate. Anche queste non sono segnalate, non c'é nessun cartello di spiegazione o di storia del territorio, cosa che sarebbe di grande interesse turistico, e non si notano neanche dalla strada, noi le notiamo perché camminiamo lentamente osservando la natura. Di segnato hanno soltanto il destino.
Subito prima del paese il bosco ridiventa una faggeta morbida e ordinata e incontriamo il parco avventura pieno di bambini che provano il loro coraggio a diversi metri di altezza e gradi di difficoltà sempre crescenti. Poi giungiamo a Prunetta, circa mille metri sul livello del mare, grazioso, curato e abbellito da grandi fotografie del periodo del dopoguerra, i soldati che sorridevano vicino agli abitanti, le case di una volta, le feste paesane. Troviamo subito l'unico ristorante del luogo e ci buttiamo su due sedie sperando che non ci caccino via per l'aspetto sudato e poco elegante, ma probabilmente sono abituati ai viandanti poiché siamo vicini al cammino di San Bartolomeo (che faremo di sicuro in un altro momento). Ci concediamo la pasta, lo spezzatino di carne (il famoso peposo) e tre contorni per restare leggeri perché dobbiamo camminare ancora e fa abbastanza caldo. Infatti, dopo una mattinata a tratti nuvolosa, esce il sole e comincia la salita, seguiamo le indicazioni per la sorgente del fiume Reno che si trova proprio sopra Prunetta, e ci rinfreschiamo con l'acqua buonissima di questo fiume generoso di cui spesso seguiamo il corso nell'omonima valle.
Dopo un altro tratto in salita incontriamo il territorio del Dynamo camp che si estende fino al paese di San Marcello e proseguiamo sulla sinistra verso la località Prataccio, si sale sempre di più, dolcemente, nel bosco silenzioso. Arriviamo sul punto di scollinamento e continuiamo nel bosco più fitto, però in discesa, a metà della quale si comincia a sentire il rumore di qualche trattore nei paraggi. Rischio di scivolare più volte nella ghiaia ma i miei bastoncini magici mi tengono su. L'ultimo tratto del sentiero è davvero piacevole e fresco ed arriviamo a Prataccio dalla parte del parco giochi, molto carino e ben tenuto, troviamo la pro loco, chiusa ma piena di cartelli che pubblicizzano il cammino di San Bartolomeo e diverse sagre estive nella zona. Il paese finisce subito, poche case, un ristorante albergo chiuso, una macelleria e un grazioso ufficio postale che pare funzionante (a Prunetta non c'é più, lo sappiamo perché faceva parte dei punti di riferimento della nostra guida). C'é anche una chiesetta graziosissima e ben tenuta, circondata da piante fresche.
Dobbiamo uscire dal paese per arrivare alla nostra meta di oggi: L'Aiale, si tratta di un'altra piccola località deliziosa; casette di Pietra, villette con il verde molto curato e un ex convento ristrutturato in cui dormiremo noi con una vista stupenda sulla valle del torrente Lima. Noi dormiremo alla "Tana del bianconiglio" un posto molto carino in stile shabby, pieno zeppo di cose incredibili, coccolose e colorate, la nostra stanza é quella del "Brucaliffo". Ci accolgono tre cani diversi, belli e simpatici e la padrona di casa ci avvisa che si sono in giro anche sei gatti, più tardi avremo modo di conoscere anche delle galline stranissime e pelose. La signora Letizia ci accompagnerà più tardi nel paese vicino per la cena perché non c'é nulla di abbastanza comodo da raggiungere a piedi dopo la camminata di oggi. Ci dice che lo fa sempre per i viandanti del cammino, indovinate quale? Si, proprio quello di San Bartolomeo, e poi ci passerà a riprendere. Questa gentilezza merita una menzione d'onore nel nostro curriculum di vagabondi per due giorni.
Mio marito ha già bagnato completamente due magliette, quindi le stendiamo bene sperando che asciughino per l'indomani, poi facciamo la doccia e ci rilassiamo sui divanetti del porticato insieme a tutti gli animali che ci girano intorno e gradiscono le coccole anche dagli estranei. un altro controllo alla mappa per il percorso del giorno dopo e poi é già ora di andare a cena. Il compagno di Letizia ci accompagna alla pizzeria che dista dieci minuti di macchina e ci racconta che fa il boscaiolo proprio nei posti che abbiamo attraversato oggi, e noi gli raccontiamo un po' il viaggio. La pizza é buonissima, come un po' tutto dopo una gran faticata, torniamo a casa ed esploriamo il giardino su più livelli, ricco di angolini da scoprire, piante, aree relax e curiosità. Lo spettacolo del tramonto é straordinario, andiamo a letto felici.
Alla mattina come al solito io sono più reattiva e mio marito comincia a connettere dopo qualche ora, comunque in un modo o nell'altro facciamo colazione con le cose buonissime preparate da Letizia: biscotti, marmellata, caffè e si parte. Un ultimo saluto agli animali che ci tengono compagnia e brontolano perché avrebbero voluto fare colazione con noi. La stessa visuale al tramonto di ieri, ci invita all'esplorazione e all'avventura.
La valle ci attende, entriamo subito nel bosco, umido e pieno di mosche e zanzare, incrociamo un'altra viandante tutta bardata perché gli insetti la torturano. Mio marito si trasforma in una specie di tuareg con i pantaloncini del pigiamo indossati intorno al collo, io ho la mia fedele camicia di flanella che mi protegge braccia e collo, staremo un'ora intera dentro questo bosco fitto così densamente abitato.
Poi arriviamo alle prime casette nei dintorni di Migliorini e subito dopo al paese, a prima vista piccolo come Prataccio, con dei meravigliosi castagni secolari lungo il viale. Finito il paese troviamo subito il sentiero con un cartello bellissimo che indica la nostra prossima tappa, questa seconda giornata si rivela notevolmente migliore della prima! Saliamo sulla collina, il bosco é fitto ma più asciutto di prima, sembra ci siano anche meno insetti e quando arriviamo ben in alto riusciamo a scorgere i monti che stamattina osservavamo da una diversa angolazione e in basso osserviamo il paese di Piteglio.
Proseguiamo in una lenta salita e ci accorgiamo di avere raggiunto l'altro lato della collina, quello che guarda verso San Marcello! La nostra meta è vicina, siamo in prossimità di casa! E' emozionante osservare la visuale opposta alla solita e riconoscere il monte Terminaccia, la strada si Mammiano, le case di San Marcello con il buffo campanile stonato (secondo mio suocero é un campanile che solfeggia: cenci e brindoli). Ci tuffiamo nel bosco con rinnovata energia, vedere il punto di arrivo é una sferzata di energia anche se mancano ancora minimo sette kilometri. Il bosco è bellissimo, superiamo il piccolo rio Buio (nome stupendo!) e poi ancora avanti, cantando le canzoni che avrebbe potuto cantare Francesco Ferrucci, tipo: "le ragazze di Gavinana" eccetera. Troviamo degli alberi incredibili, cavi, divisi a metà e ancora vivi, con le radici unite e tanti tronchi divisi a raggiera.
Superiamo un piccolo torrente con un cartello dedicato, grazie all'associazione Valle Lune che si é occupata di segnare alcuni punti interessanti, poi incontriamo una lumaca lunghissima, tanto quanto l'impugnatura dei miei bastoncini.
Beviamo i tre sorsi consigliati e ci rinfreschiamo come ad ogni fonte offerta dalla natura, riempiamo le bottiglie che poi non useremo più perché poi il sentiero finisce e ci troviamo sulla strada per San Marcello. A questo punto il Ferrucci aveva chiesto da mangiare per sé e i suoi soldati agli abitanti, e quando loro gli negarono qualsiasi tipo di ristoro, egli bruciò la porta del paese e si servì da solo. L'ingresso al paese si chiama infatti "Port'arsa". Noi ci limiteremo invece a prendere l'aperitivo strameritato al bar.




















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