domenica 17 maggio 2026

Sombor, Serbia

Mio marito viene invitato in Serbia per una manifestazione di fumetti e io, come al solito, mi accodo volentieri.
Abbiamo un volo diretto da Bologna verso Belgrado che durerà circa due ore.
L'aereo della Airserbia è un piccolo bimotore a elica, più corto della navetta che ci accompagna al parcheggio.

La scaletta è stretta e mi devo impegnare per salire con il trolley, mi chiedo quanta fatica facciano i serbi, alti e robusti come sono.
Rubo il posto al finestrino a mio marito, siamo abbastanza avanti e abbiamo una vista privilegiata sull'elica.


Dopo i preparativi di rito, il piccolo aereo inizia a rullare sulla pista provando i freni e lo sterzo, il pilota sembra soddisfatto e aumenta la velocità. Nel frattempo la Airserbia ci fa sentire una playlist di musica balcanica malinconica quanto basta da non farci rimpiangere un'eventuale incidente aereo.
In poco tempo ci troviamo in volo, il rumore è assordante ma quasi meglio della musica di prima.
Dopo venti minuti di assuefazione al rumore e alle turbolenze finalmente il volo diventa più piacevole e posso tradurre dall'inglese, a mio marito, tutti gli articoli turistici del giornale della compagnia aerea per altri eventuali viaggi.
Dopo un pò le hostess ci portano dell'acqua, dei salatini e un tipo di biscotto di marca Plazma che sembrano i classici biscotti per l'infanzia. Più tardi in aeroporto vedremo tanta pubblicità per dei prodotti della stessa marca, probabilmente si tratta di una cosa tipica.

Il volo è lungo, diventa buio subito, solo a ridosso dell'atterraggio vediamo la sterminata pianura punteggiata da poche luci di città.
Belgrado conta due milioni di abitanti divisi dalle rive del Danubio che cerchiamo di indovinare dall'aereo.
Fuori dall'aeroporto l'aria è fresca e leggera, dopo aver lasciato il freddo e l'umidità della pianura padana ci sembra meravigliosa.
All'arrivo ci aspetta un taxy che ci porterà alla piccola città di Sombor, vicino al confine con l'Ungheria, a due ore di distanza.
Mio marito mi racconta i suoi prossimi progetti per le storie che sta scrivendo e io cado in un sonno leggero, interrotto solo dall'ingresso in autostrada, presso il cui casello l'autista non si ferma ma acchiappa il biglietto al volo.
Verso l'una di notte finalmente arriviamo in hotel per un vero meritato sonno.
La mattina dopo abbiamo tutto il tempo per una colazione internazionale come piace a me, uova fritte, pane tostato e formaggio fresco più alcuni tortini salati e speziati tipici.
Abbiamo anche il tempo di recarci alla manifestazione a piedi e dare una prima occhiata alla città.

Le case sono basse, di mattoni, con il tetto molto alto e vediamo tante cappelle ortodosse.
I negozi del centro hanno un'architettura più ricca, decorazioni e forme arrotondate, balconcini di ferro e colori diversi.

La pioggia ci bagna e costringe i residenti a lasciare i tavolini dei bar e rientrare. Ci rifugiamo nel palazzo della manifestazione che è un centro sportivo e incontriamo l'altro autore italiano; Marcello Mangiantini, anch'egli invitato dall'ambasciata e nostro amico.

I numerosi lettori parlano serbo o inglese, così ci mettiamo d'impegno per cercare di comunicare in modo onorevole.
Veniamo travolti dalla folla di fan di Zagor che vogliono le firme, i disegni e le fotografie con gli autori. Il mio proposito era quello di andare a camminare per il centro ma tra i lettori e altri autori e amici, come Bane Kerac e Dušan Mladenović, non riesco a svicolare. 
Verso le 16.00 gli organizzatori ci mandano a pranzo in un ristorante storico; il "Vecchio elefante".
Anche a pranzo si  parlerà per la maggior parte in inglese e per fortuna l'editore ci traduce il menù che è scritto in serbo. Prendiamo una "ciorva", una zuppa deliziosa con la carne, a me portano un hamburger gigante con le patatine, il burro speziato e della cipolla cruda, poi arrivano degli involtini con una salsa ai funghi e del pesce fritto e affumicato del Danubio.
È tutto buono e stiamo a tavola fino alle 17.30.


Poi torniamo alla fiera e io abbandono tutti e vado a camminare per la città e a cercare di digerire il pranzo.

Piove sempre più forte e io giro per la città quasi deserta, ci sono solo io e diversi cani randagi molto tranquilli e amichevoli.


Purtroppo le fotografie risultano "spente" ma il posto è davvero carino e pieno di verde. Il centro è disseminato di statue dei più famosi artisti serbi.


Ritorno alla fiera in tempo per la conferenza degli autori e per fortuna è arrivato il traduttore che ha studiato economia in Veneto.
Il tutto finisce alle nove di sera, scansiamo l'invito per la festa al pub a base di rakia e musica Balcanica a tutto volume e ce ne torniamo in albergo con il taxy perché carichi di libri. Non abbiamo cambiato i soldi e abbiamo solo euro e carte ma il tassista non li prende, così il traduttore ci presta 1000 dinari (circa 8 €) e il tassista ce ne chiederà neanche 200.
"Ceniamo" in camera con vino serbo e crackers e dopo la doccia io crollo con la mia solita velocità.
La mattina dopo ci svegliamo tardi, facciamo colazione con calma ma non riusciamo a tornare alla fiera perché in centro c'è una maratona.
Viene uno degli organizzatori a salutarci e a portare l'altro autore con cui divideremo il taxy per l'aeroporto.
La strada attraversa tanti paesini deliziosi e tranquilli, c'è un'atmosfera di serenità invidiabile, tanti animali, uccelli, cicogne e ancora cani che attraversano la strada con calma.
Arriviamo all'aeroporto modernissimo intitolato a Nikola Tesla, ai controlli riesco a passare con un'accendino, dono degli organizzatori, ma mi buttano via una bottiglietta con un sorso d'acqua.

Questo mini viaggetto super concentrato è stato proprio bello, le persone sono carine, schiette e amichevoli come in Bosnia e in Croazia, ma riservate, e cercano di accogliere i turisti nel migliore dei modi.

Speriamo di tornare a visitare Belgrado magari nel 2027 per l'Expo.
Dobro veče, Serbia, anzi: dok se ponovo ne sretnemo.


mercoledì 13 maggio 2026

La via dell'amicizia

L'appuntamento è alle 8.30 di un sabato mattina in un classico parcheggio. La destinazione è la Liguria, e precisamente la famosa "via dell'amore".
Da quando è stata sistemata e riaperta,  c'è una campagna pubblicitaria tanto efficace che ci ha convinte a voler controllare di persona, così io e le M&M (s), due care amiche, decidiamo di partire all'avventura.
Data la bassa stagione non prenotiamo la visita e ci affidiamo alla fortuna, all'audacia e a una certa dose di faccia tosta che sappiamo esibire al momento giusto.
Andiamo in macchina fino a La Spezia perché purtroppo la tratta ferroviaria è interrotta per lavori, e la parcheggiamo presso la stazione di Migliorina. Questa scelta ci viene consigliata da una negoziante della città e si rivelerà poi davvero comoda rispetto alla stazione centrale, infatti troviamo subito un parcheggio, prendiamo il caffè al bar e troviamo il bagno libero e pulito ma perdiamo il primo treno per le 5 terre.
Saliamo sul successivo insieme ad altre poche persone, e in pochi minuti arriviamo a La Spezia centrale dove scopriamo un lungo muro di gente sulla banchina ad aspettare proprio il nostro treno.
La marea umana impiega circa dieci minuti a salire e a occupare tutti i centimetri calpestabili, noi siamo sedute comode ma circondate da decine di francesi e americani poco vestiti. Scendere alla prima stazione non sarà semplice, ma ce la facciamo e ci ritroviamo a Riomaggiore, ci mettiamo in fila per scendere le scale del sottopasso, e piano piano risaliamo e siamo davanti al mare. 

Le cinque terre sono davvero un posto magnifico che accoglie I viaggiatori che arrivano dalle gallerie ferroviarie con un panorama mozzafiato. 
Facciamo il primo selfie della giornata e qualche fotografia al paesaggio, il sole è già caldo, dimentichiamo l'aria umida di Parma e ci togliamo la felpa. Ecco spiegato l'abbigliamento dei turisti.
Per andare alla via dell'amore seguiamo la fila più lunga poi io vedo il cartello che indica Manarola e le mie M&M si fidano del mio senso di orientamento e mi seguono. La strada si svuota, sale in cima al paese, le case si diradano e vediamo in lontananza alcune persone che salgono in fila Indiana sulla collina tra i campi terrazzati. La M piccola fiuta la fregatura, e ferma una signora del luogo chiedendole se siamo sulla strada giusta, ovviamente no, siamo sulla strada per Manarola ma sulla via alta non la via dell'amore
Io avrei preferito continuare in mezzo al nulla ma le mie amiche insistono per provare l'emozione del turismo di massa, così scendiamo e ci rimettiamo in fila. 

Il bigliettaio gentile ci spiega come fare la prenotazione online e ci consiglia di sbrigarci per trovare uno scaglione orario libero. 
Ci sarà da aspettare una buona mezz'ora così andiamo a cercare della focaccia per pranzo. 
Tutto questo saliscendi si comincia a sentire e le M&M si tolgono anche la canottiera. 
Finalmente riusciamo a entrare nella romantica via dell'amore, ovviamente a prezzo maggiorato perché è sabato (15 € anziché 10) e iniziamo a percorrere i 900 metri più famosi della zona. 

In effetti la strada è bella, il panorama spettacolare, la via molto curata, poco scenografica la rete di protezione frane ma direi che in questo caso è preferibile la sicurezza alla Instagrammabilità. 

Facciamo tante fotografie e ci godiamo il sole e l'aria profumata di macchia mediterranea e in pochi minuti siamo a Manarola, altro paesino delle cinque terre. 


Finalmente si avvicina il momento che preferisco delle escursioni: il picnic. Passiamo dal centro e ci dirigiamo in basso verso il mare cercando un posto tranquillo per mangiare. 
Giù nella baia rocciosa ci sono tanti francesi che si tuffano e si bagnano semplicemente in biancheria intima, noi cominciamo a rimpiangere di avere portato felpe e cerate anziché il costume da bagno. 

Ci sediamo sulla roccia a mangiare e a invidiare tutti quelli dentro l'acqua, ma almeno la focaccia è buonissima. 
Dopo pranzo decidiamo di cercare un sentiero per camminare ancora e ci arrampichiamo in salita fino al cimitero, poi ancora più su, cercando indicazioni per l'aldilà (della collina). 

Troviamo alcune indicazioni per Volastra, e un altro posto che non fa parte dei nostri piani. 
Dopo venti minuti di salita, 30 gradi di temperatura e 40 possibili idee alternative a questa fatica immane, troviamo finalmente dei ragazzi italiani che scendono vociando e li fermiamo per chiedere lumi sul sentiero. 
Ci guardano e ci dicono che loro stanno scendendo da mezz'ora ma che noi di sicuro ci metteremo di più a salire, e che la discesa è tanto ripida che hanno i polpacci a pezzi. 
La M alta gli spiega che noi potremmo essere le loro mamme e che dovrebbero sperare di essere come noi a quest'età, loro si dichiarano molto d'accordo e quindi ci diamo appuntamento tra trent'anni per vedere come saranno diventati. 
Dopo questa spiegazione però decidiamo di cambiare strada, altrimenti non vivremo neanche altri trenta giorni. Scendiamo verso la chiesa e dopo aver acceso qualche candela, ci infiliamo nel primo bar per un caffè. A questo punto mi tolgo anche io la canottiera,  che ormai è diventata una sindone. 

Arriviamo alla stazione e prendiamo il treno per Monterosso, il più grande dei cinque paesetti. 
Ci dirigiamo subito verso la spiaggia con l'idea di camminare nella battigia ma una volta tolte le scarpe e posati gli zaini, non ci muoviamo più dall'acqua. Sulla riva di sassolini arrivano delle onde gentili ma un pò infide che ci bagnano i pantaloni arrotolati al polpaccio e ci tengono fresche. 

Dopo dieci minuti a mollo pensiamo a come asciugarci per rimettere le scarpe e ripartire all'avventura, la M piccola che ha un gran senso pratico, propone di usare la canottiera così possiamo rimetterci subito in cammino. 

Ci dirigiamo in direzione Vernazza con i pantaloni ancora umidi che ci terranno fresco nella salita. Il sentiero è inconfondibile, sale, è sulla costa e ci sono i segni bianchi e rossi, in seguito troveremo anche un piccolo cartello. 
La salita è dura, ripida, fa caldo e la mia pressione resta al livello del mare anziché seguirmi. Avevo sottovalutato lo spirito di avventura delle M&M e non ho portato i sali minerali, devo rallentare e fare brevi soste (anche per far passare tutta la gente che sbuca fuori dal bosco). La M alta tira fuori l'arma segreta: le liquirizie, e possiamo proseguire con più "spinta". 

Arriviamo ad una strettoia dove troviamo una ragazza con l'ombrellone istituzionale e un banchetto inconfondibile, e ci chiede se abbiamo il biglietto per il sentiero altrimenti dobbiamo pagare 15 euro. 
Sconcertate, le spieghiamo che poche ore prima abbiamo percorso la via dell'amore e quindi abbiamo la trekking card giornaliera, non si fida di vedere solo i biglietti, ci fa scaricare la card e ci lascia proseguire. 
Questa situazione mi ricorda tanto: chi siete? Cosa volete? Un fiorino. 


La pausa forzata e lo sconcerto ci danno ulteriore carica e ripartiamo tra scaloni di pietra, piante grasse e rovi e meravigliosi alberi di limone. 
Il cartello del Sva (sentiero verde azzurro) ci informa che per arrivare a Vernazza ci vuole 1,40 minuti ma il navigatore della M alta dice che ne bastano 36, comunque ormai siamo più su della strada statale, Monterosso è dietro il promontorio e non ci resta che proseguire. 



Il sentiero è più o meno sempre esposto al sole, in certi tratti anche aperto al vuoto ma non tanto da diventare spaventoso, peccato non avere portato i miei bastoncini. 
Il percorso sale e scende, il dislivello è basso ma continuo, incontriamo terrazzamenti coltivati e macchie selvatiche. Una casa privata vende frutta e verdura di produzione propria e prepara anche macedonie e frullati per I viandanti. 
Noi veniamo colte dal desiderio di un più prosaico spritz e proseguiamo verso la civiltà cominciando a immaginare di avere tra le mani il bicchiere ghiacciato. 

La M piccola brontola e si lamenta e rimpiange di non essere andata in un luogo più accogliente, tipo un outlet. 
Il paesaggio cambia ancora, il promontorio è più dolce, le discese più frequenti e si intravedono le prime case sulla costa. 

Il navigatore spiega che ci basta un solo minuto per raggiungerle ma non intendiamo lanciarci nel vuoto quindi proseguiamo nel percorso. 
A breve Vernazza è nostra, troviamo le case più alte, una chiesa, le vie strette e colorate e un bivio che indica il sentiero per raggiungere il prossimo paese ma da un carrugio si intravede la civiltà, il bar, la folla. 
Scegliamo senza indugio la seconda possibilità, troviamo una fontanella d'acqua potabile e ci rinfreschiamo, beviamo, riempiamo le borracce e poi ci buttiamo su un muretto all'ombra. 
La M piccola intanto ha notato la piccola gelateria a sud-ovest, e sappiamo che può resistere a tutto tranne che al gelato. 
Lasciamo la M alta a far la guardia agli zaini pieni di vestiti sudati e briciole e andiamo a vedere i gusti rimasti a disposizione. 
Prendiamo un gelato e due birre per ripristinare i sali minerali e torniamo al nostro muretto con l'agognato bottino. 
Questa parte dell'escursione è la seconda più bella della giornata ma non sarebbe così bella se non ci fosse stata la fatica precedente. 
Torniamo alla stazione stanche ma rifocillate, ci aspetta ancora il giretto in treno, il recupero dell'automobile e un'oretta di autostrada prima della doccia, la giornata è stata intensa e piena di bellezza e risate. 

Una piccola nota rispetto ai biglietti del treno; scegliendo la tratta per uno dei paesini delle cinque terre, il biglietto è maggiorato, meglio comprare la destinazione successiva (per esempio Levanto) e si risparmia anche la metà. 





Un ponte sulla Moldava

Sulla Moldava in realtà ci sono numerosi ponti, tanti solo nella città che andiamo a visitare questa volta. Ma io faccio riferimento al pont...